Scienza
Il voto •
Dagli Ogm alle Ngt, una decisione spartiacque del Parlamento Ue
L'Eurocamera ha approvato una direttiva che ribalta il punto di vista che per un quarto di secolo ha paralizzato la ricerca sul miglioramento genetico vegetale sugli Organismi geneticamente modificati e sulle Nuove tecniche genomiche. Il voto dimostra che i ricercatori avevano sostenuto una tecnologia utile al paese
18 GIU 26

Foto Getty
Il 17 giugno 2026 è uno spartiacque nella storia della scienza. Dico della scienza e non solo della ricerca scientifica in genetica vegetale. L’Europarlamento ha approvato una direttiva che ribalta il punto di vista che per un quarto di secolo ha paralizzato la ricerca sul miglioramento genetico vegetale, prima sugli Ogm, gli Organismi geneticamente modificati, e più recentemente sulle Ngt, le Nuove tecniche genomiche.
Finora è stato possibile criminalizzare senza prove, senza dati, senza una sola persona ospedalizzata al mondo per il consumo di un qualunque tipo di pianta Ogm, l’intera tecnologia del miglioramento genetico delle piante. Tutti gli Ogm sono sporchi, cattivi e brutti e anche la direttiva approvata oggi li lascia nel girone dei dannati, anche se importiamo 5.000 tonnellate al giorno di soia Ogm e l’87 per cento di tutti i mangimi italiani contengono Ogm. Tutti coltivati all’estero. Ma assieme a tale tecnologia reietta sono stati messi all’indice anche generazioni di scienziati, rei di sostenere che non erano poi così cattivi. Questa caccia alle streghe ha demonizzato gli scienziati italiani da Dulbecco a Rita Levi Montalcini, da Garattini a Veronesi, da Margherita Hack a Giorgio Parisi, da Alberto Mantovani a Elena Cattaneo, perché non c’è un solo scienziato italiano conosciuto al largo pubblico che non abbia sostenuto la tecnologia degli Ogm.
Ora la direttiva approvata a larga maggioranza dal Parlamento europeo non guarda più a quale tecnologia abbia portato al miglioramento delle piante coltivate, ma si concentra sul prodotto e sul fatto che lo stesso miglioramento imita in maniera indistinguibile delle variazioni o mutazioni che accadono spontaneamente. Lo fa in maniera chirurgica e correggendo le fragilità insite nelle piante coltivate. Queste mutazioni le chiamiamo “biodiversità”, perché appunto la diversità proviene da una mutazione genetica che ci piace e che, come agricoltori, proteggiamo e facciamo riprodurre. Le Ngt fanno esattamente questo: imitano le mutazioni spontanee che generano biodiversità. Solo che sono guidate da uno scopo, un interesse, un’esigenza.
In Italia ci sono oggi diverse piante Ngt in sperimentazione in pieno campo, la prima è un riso tollerante al fungo brusone allestita da Vittoria Brambilla e Fabio Fornara grazie al sostegno della Fondazione Bussolera Branca. E la gran parte delle piante Ngt elaborate dalla ricerca scientifica pubblica italiana provano a ridurre l’impiego di fungicidi per rendere le piante di melo, vite, pomodoro o melanzana più resistenti all’aggressione di funghi patogeni. Così la ricerca pubblica prova ad affrontare le patologie delle piante italiane. L’Italia ha l’11 per cento dei terreni coltivati in Europa, ma usa il 22 per cento dei fungicidi continentali. E sui campi dell’agricoltura biologica si usano ancora più fungicidi che sui campi dell’agricoltura convenzionale. Noi abbiamo il problema e noi lo dobbiamo risolvere. Per ridurre l’impatto della chimica, per evitare di aumentare il consumo di suolo, per aumentare la fertilità dei suoli (gli ossidi di rame sono i fungicidi biologici che li inquinano) e garantire una produttività che consenta agli imprenditori agricoli di fare un raccolto dignitoso anche senza sovvenzioni.
Per questo il 17 giugno è una data rilevante per l’intera scienza, non solo nazionale, perché ha mostrato che i ricercatori avevano sostenuto una tecnologia utile al paese. Le Ngt non arriveranno a risolvere tanti problemi dell’agricoltura, non ci arriveranno nel piatto né domani né fra pochi anni. Si tratta di un compromesso che ha insegnato tanto a tutti gli attori in gioco, dalla politica alle organizzazioni di categoria, dalla grande distribuzione (che ha lungamente flirtato con le sirene bucoliche) agli stessi scienziati che hanno creduto che i dati tecnici potevano spiegare tutto, sottovalutando le emozioni, le consuetudini e le cautele del pubblico che sul cibo non è disposto ad accelerazioni improvvise. Ora forse un dialogo sereno potrà ricominciare.