La comunicazione politica basata sul rage-bait non funzionerà

La retorica del "da che parte stai" premia nell'immediato, ma secondo diversi studi alla lunga genera un elettorato passivo e sfiduciato. E le proposte che circolano tra accademici e policy maker non sono così immediate

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Donald Trump, architetto del fenomeno Maga, oggi vede i propri tassi di approvazione ai minimi storici (Foto Getty)

C'è un modo semplice per capire come funziona oggi la politica: guardare non a cosa viene detto, ma a cosa viene cliccato. Da anni i ricercatori di comunicazione politica osservano lo stesso schema, in Italia come negli Stati Uniti, a Londra come a Budapest: un post pacato che spiega una riforma pensionistica raccoglie qualche decina di condivisioni; lo stesso argomento, riformulato come tradimento, complotto o oltraggio, ne raccoglie centomila.
Un articolo accademico circolato negli ultimi mesi, "Rage as Revenue: How Anger Became the Currency of Digital Media" del filosofo Peter Ayolov, prova a dare a questa intuizione una cornice teorica solida. La tesi centrale è che la propaganda del Novecento puntava a produrre silenzio e conformismo, mentre le piattaforme di oggi hanno capovolto la logica: non reprimono il dissenso, lo coltivano, perché il dissenso — sotto forma di indignazione, ridicolizzazione, denuncia — genera esattamente il tipo di reazione emotiva che i sistemi di raccomandazione sono progettati per premiare. La rabbia, scrive Ayolov, non è più un effetto collaterale della vita online: è diventata lavoro non retribuito che alimenta un motore pubblicitario. Chi si indigna, chi corregge, chi ride di qualcun altro sta, senza saperlo, producendo valore per una piattaforma che monetizza il tempo trascorso a litigare.
Questo meccanismo economico si è saldato con una trasformazione più propriamente politica, che gli studiosi chiamano polarizzazione affettiva. Un articolo pubblicato dalla rivista Politics and Governance, dedicato a quella che gli autori definiscono "grievance politics", individua nel ressentiment — un'emozione distinta dalla semplice rabbia, fatta di senso di ingiustizia, umiliazione, invidia e impotenza — il collante che tiene insieme basi elettorali sempre più organizzate attorno all'identità e sempre meno attorno ai programmi. Non è un fenomeno esclusivo di una parte politica: destre radicali e sinistre identitarie condividono la stessa grammatica, quella per cui il nemico conta più della proposta. Il dibattito su una legge diventa secondario rispetto alla domanda "da che parte stai", e la lealtà tribale sostituisce la persuasione come strumento di mobilitazione.
Il paradosso è che questa strategia funziona benissimo nel breve periodo e malissimo in quello lungo. Uno studio dell'Università di Dartmouth, ripreso dal Guardian lo scorso settembre, ha passato in rassegna venticinque ricerche e settantasette interventi diversi pensati per ridurre l'ostilità tra elettori di parti opposte — correzione di falsi miti sull'avversario, conversazioni guidate tra persone con opinioni divergenti, e così via. Il risultato: un miglioramento medio modesto, che nella maggior parte dei casi svanisce entro una settimana e scompare quasi del tutto dopo due. Anche un esperimento con oltre duemila partecipanti non ha mostrato benefici duraturi. Il coautore della ricerca, il professor Sean Westwood, l'ha messa così: "non esiste una cura magica per le nostre divisioni politiche". La conclusione dello studio è che il problema non sta (solo) nelle teste degli elettori, ma nell'architettura dei media e dei sistemi politici che premiano strutturalmente il conflitto.
È qui che la metafora della rabbia come "moneta" regge fino in fondo. Una moneta ha valore perché qualcuno accetta di scambiarla: gli utenti la producono cliccando, le piattaforme la convertono in pubblicità, i partiti la usano per mobilitare — spesso al posto, non ad affiancamento, del lavoro più lento e meno spettacolare di costruire consenso su una policy. Il rischio, segnalato da diversi centri studi americani come l'R Street Institute, è che un'esposizione prolungata a questa economia non produca solo elettori arrabbiati, ma cittadini sfiniti: persone che si ritirano dalla vita pubblica non perché indifferenti, ma perché esauste. E' la differenza tra la rabbia che accende un movimento per i diritti civili — e che dunque, occasionalmente, serve — e la rabbia che si autoalimenta senza più puntare a nulla, diventando conflitto permanente fine a se stesso.
Che fare, ammesso che si possa fare qualcosa? Le proposte che circolano tra accademici e policy maker si muovono su tre livelli, nessuno dei quali risolutivo da solo. Il primo riguarda le piattaforme: allontanare i modelli di business dalla monetizzazione diretta del rage-bait, cosa più facile a dirsi che a farsi finché la pubblicità dipenderà dal tempo di permanenza sullo schermo. Il secondo riguarda la domanda politica: premiare, con il voto e con l'attenzione mediatica, i leader che parlano di problemi risolvibili invece che di nemici da sconfiggere — un esercizio di disciplina che tocca tanto ai media quanto agli elettori. Il terzo, forse il più sottovalutato, riguarda il tessuto sociale offline: la ricostruzione di quello che i sociologi chiamano capitale sociale, cioè le relazioni di fiducia che nascono nei corpi intermedi, nei circoli, nelle parrocchie, negli oratori, nei comitati di quartiere — tutti quei luoghi dove un avversario politico resta, prima di tutto, il vicino di casa.
Non è un caso che proprio questo terzo punto sia il più difficile da tradurre in policy. Non si legifera sulla fiducia nei propri vicini. Ma è anche l'unico dei tre livelli che non dipende da un algoritmo di qualcun altro: si può ricominciare, semplicemente, andando a una noiosa riunione di condominio ove si è obbligati a mediare, invece che a litigare sotto un post. Poco elegante, poco virale, forse pure poco virile, in tempi in cui si mobilitano sempre più spesso certi tipi di idee. Probabilmente per questo, però, funziona.