La rivolta dei fenicotteri contro il governo di Edi Rama

Incarnano le fragilità di una patria intera, difesa dai suoi giovani che in piazza gridano: “L’Albania non è in svendita”. E ce l’hanno con la smania di far entrare il paese nella modernità lasciando mano libera a qualsiasi imprenditore straniero abbia quattrini per costruire

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Foto LaPresse

La colpa dell’allarme Albania è dei fenicotteri rosa. Eleganti e candidi, riescono a vivere nel fango senza sporcarsi. Le zampe lunghe, il collo flessibile: sembrano giunti sulla terra da un sogno. Trasmettono un senso di delicatezza che spinge naturalmente a volerli proteggere. Anche per questo sono diventati il simbolo dell’enorme protesta che, da più di trenta giorni, riempie le strade e le piazze dell’Albania contro il governo del socialista Edi Rama. Protagonisti i giovani, il movimento in realtà è trasversale. Tutti i coro gridano: “L’Albania non è in svendita”. E ce l’hanno con la smania di far entrare il paese nella modernità lasciando mano libera a qualsiasi imprenditore straniero abbia quattrini per costruire. Un progetto dopo l’altro: villaggi, alberghi di lusso, grattacieli. Poco importa a chi servono, chi danneggiano, l’importante è tirarli su. Senza curarsi delle coste, delle bellezze naturali, del patrimonio paesaggistico, dell’armonia urbana. Sono anni che va avanti così, denunciano le piazze. Ma quando a fine maggio si è arrivati all’area protetta intorno al villaggio di Zvernec, vicino Valona, tutto è precipitato. E’ il posto in cui il genero di Donald Trump, Jared Kushner, marito di Ivanka, progetta di costruire un resort di lusso. Non è chiaro il come e il quando. Né che vuole fare con i fenicotteri rosa lì di casa. Ma, nonostante ciò, il 30 maggio sulla spiaggia srotolano il filo spinato. Le autorità non spiegano che succede. C’è una protesta. Un manifestante viene scacciato dagli uomini della sicurezza privata e trascinato di peso per decine di metri. Il video gira all’impazzata sui social. Monta la rabbia. Dal giorno dopo, le piazze sono piene di gente che vuole vedere “Edi Rama in galera”. Una folla che lo considera un criminale. Uno che ha dato in pasto l’Albania ai pescecani. Uomini con molto denaro, spesso da riciclare, abituati a pensare che ogni cosa abbia un prezzo. Inclusi i fenicotteri rosa.
Tutti i coro gridano: “L’Albania non è in svendita”. E ce l’hanno con la smania di far entrare il paese nella modernità lasciando mano libera a qualsiasi imprenditore straniero abbia quattrini per costruire
E pensare che Edi Rama era riuscito a strappare di dosso all’Albania l’immagine maledetta degli anni Novanta, i terribili anni della fine del regime comunista di Enver Hoxha. Ha vinto la sua prima elezione nel settembre 2013, poi altre tre di fila. Tredici anni ininterrotti di potere in cui ha fatto dimenticare il tempo in cui gli albanesi scappavano in massa dal paese sull’orlo della guerra civile, su barche strapiene di gente che era stata chiusa per decenni in uno stato-prigione senza rapporti con l’esterno, sbarrato al mondo, al punto di credere che l’Italia fosse l’America, la Terra promessa. Con Rama, l’Albania è diventata un posto assai più desiderabile, una meta turistica, un paese in cui è possibile investire. Pittore, prima di entrare in politica nel partito socialista, Edi Rama ha esposto a New York e a Berlino. Ha vissuto a Parigi e ha scritto per giornali prestigiosi come il Guardian, il New York Times, The Independent e la Frankfurter Allgemeine. E’ merito suo se nel 2027 si dovrebbero concludere i negoziati tecnici per l’ingresso dell’Albania nell’Unione europea, con l’obiettivo di farla entrare nel 2030. E’ lui che ha tessuto i rapporti. Curato le relazioni. Tutto baci, abbracci e inchini con Giorgia Meloni, alla quale ha concesso di costruire un centro per il rimpatrio in territorio albanese. Un rapporto speciale con Emmanuel Macron, che lo considera un “amico”. L’“ammirazione” della star del progressismo, Pedro Sánchez. Ma è riuscito a “impressionare” anche Ursula von der Leyen. Più uno splendido rapporto con l’ex presidente ungherese Viktor Orbán. Segno che non ha steccati ideologici che gli impediscano di muoversi con disinvoltura. Per non parlare di Angela Merkel. “Grazie a Edi Rama – disse la Cancelliera – l’Albania sta facendo grandi progressi”.
Ci si trova così di fronte all’allarme che risuona da tutta l’Albania un poco sorpresi, come vittime di una bolla, la sensazione di essere stati raggirati da un’abile operazione di marketing politico. Dice al Foglio Fatma Paja, una ragazza di 28 anni: “Protesto dal 30 di maggio. Continuerò finché Edi Rama non lascerà. Non m’importa del caldo che fa. Farò tutto ciò di cui c’è bisogno”. Cresciuta in un villaggio dell’entroterra, Fatma si è trasferita dieci anni fa nella capitale, Tirana. Fa la designer, lavora con le due sorelle. Insieme a un gruppo di altri artisti ha creato il cartonato con il fenicottero rosa che compare in ogni protesta, ed è diventato il simbolo di quella che chiamano, in inglese, la flamingo’s revolution – la rivoluzione dei fenicotteri, appunto. “Io non sono contro gli investimenti esteri in Albania” dice. “Sono contro gli investimenti esteri gestiti così. Senza trasparenza, senza regole, senza rispetto della natura, del nostro patrimonio, senza tener conto del vantaggio o dello svantaggio che producono per noi che qui ci viviamo. A chi giovano tutti questi resort di lusso? Agli albanesi che non hanno i soldi per metterci piede o agli oligarchi che possono venire qui a fare quello che vogliono?”. Anche Bernie Sanders, il vecchio eroe della sinistra americana, ha lodato la protesta chiamando in causa i ricconi. Così come Ilaria Salis, arrivata in piazza a Tirana domenica scorsa. Ma quello che mi stupisce di Fatma, e glielo dico, è che sia rimasta in Albania, che non faccia parte cioè di quell’alta percentuale di albanesi che ogni anno lascia il paese, il 62 per cento dei quali ha meno di 35 anni. Lei risponde ribaltando la questione: “Non siamo noi che ce ne dobbiamo andare. Sono loro quelli che se ne devono andare. Questi politici corrotti, di destra o di sinistra che siano, sono tutti coinvolti”.
Anche Bernie Sanders, il vecchio eroe della sinistra americana, ha lodato la protesta chiamando in causa i ricconi
In piazza non dicono solo che vogliono Edi Rama in galera. Dicono che vogliono dentro anche Sali Berisha, il leader dell’opposizione, un lungo e controverso curriculum politico nell’Albania post comunista. Edi Rama vinse contro di lui dopo che, nel novembre del 2012, Berisha aveva avuto la raccapricciante idea di festeggiare i cento anni dell’indipendenza ordinando un mega sacrificio pubblico di bestiame. Agnelli e montoni sgozzati e mangiati in ogni angolo del Paese. “Ve li immaginate Angela Merkel e François Hollande che chiedono di uccidere migliaia di animali innocenti?” aveva ironizzato Rama. Oggi, invece, lo accostano al suo avversario. Il vecchio e il nuovo. Il cosmopolita e il vecchio notabile. Il politico che sa comunicare sui social e quello ancora ragiona in bianco e nero. Anche per questo Edi Rama ha reagito alla protesta con fastidio. All’inizio ignorandola, come molti media. Poi, evocando interferenze straniere. Gli albanesi come “carne di cannone” di una campagna anti-Trump mondiale. Poi, vittime di una rappresaglia dell’Iran, dopo che il governo ha offerto protezione a un gruppo politico anti-ayatollah. Fino ad arrivare alla pista greca: la Grecia che fomenta la rivolta per soffiare turisti all’Albania. Quando il Financial Times l’ha intervistato, Rama ha sfidato i manifestanti con volgarità. “La gente dice che sono io il capo di tutto questo. Io gli rispondo ‘andatevene affanculo’. Semplice. Non spetta a me dimostrare di non essere il Padrino, spetta a loro dimostrare che lo sono”. Dichiarazioni che l’ex ministro degli Esteri dei primi due governi Rama, Ditmir Bushati, commenta con sconcerto al Foglio. “Serve una riflessione seria e un’azione politica concreta. Negare la realtà, deridere i manifestanti, polemizzare sul loro numero, inseguire teorie del complotto, ignorando il nocciolo della questione – ovvero, la rabbia popolare che pervade le strade – significa giocare con il fuoco. L’Albania merita di meglio”.
Innocente fino a prova contraria, Edi Rama si trova oggi davanti al banco degli imputati dell’opinione pubblica europea. Scrive in una lettera a Repubblica Lajdi Sulaj, architetto e docente universitario che lavora tra Milano e Zurigo, di origini albanesi: “Credo che la prova regina” del fatto che Edi Rama sia un Padrino è “in un libro appena celebrato dal governo, The Albanian files: un catalogo di 523 progetti firmati da 60 archistar estere che fotografa il delirio estetico di un ‘primo ministro re’ che decide tutto da solo”. Al Foglio, Sulaj racconta lo stupore di sfogliare questo libro di mirabolanti progetti e di non trovarci dentro nemmeno il nome di un architetto albanese. “Il più grande atto di sfiducia nei confronti dell’architettura del nostro Paese”. Sulaj spiega che l’Albania è stata colpita da una febbre edilizia, causa una legge per gli investimenti strategici approvata nel 2015. La legge individua alcuni settori chiave per la crescita del paese e favorisce gli investimenti esteri che vanno in quella direzione, garantendo procedure agevolate, zero valutazioni degli effetti ambientali, riduzione dei controlli, concessioni facili, anche in aree protette, il tutto centralizzato da una commissione che fa il bello e cattivo tempo. Se poteva avere senso in un primo momento, per smuovere le acque e far arrivare capitali dall’estero, dopo tanti anni la sua funzione si è completamente trasformata. Al punto che, secondo Sulaj, “l’Albania sta ricalcando il peggio dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta”. Ma a differenza dell’Italia di quegli anni, dove c’erano grandi investimenti pubblici in infrastrutture, “in Albania gli investimenti sono tutti privati e non seguono nessun piano, non hanno uno scopo nazionale, è una speculazione selvaggia che non favorisce la qualità della vita degli albanesi”. Qual è infatti l’effetto concreto degli investimenti immobiliari di lusso? “Che fanno salire il prezzo degli immobili, ma riducono sistematicamente il numero degli albanesi che possono comprarsi una casa per vivere”.
Se poteva avere senso in un primo momento, per smuovere le acque e far arrivare capitali dall’estero, dopo tanti anni la sua funzione si è completamente trasformata. Al punto che, secondo Sulaj, “l’Albania sta ricalcando il peggio dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta”
L’Unione europea pretende che la legge sugli investimenti strategici venga abrogata. Pena lo stallo dei negoziati tecnici per l’ingresso nell’Ue. Ciò dimostra che a Bruxelles sono ben consapevoli dei problemi albanesi. E c’è poco di nuovo, da questo punto di vista. La speculazione, la corruzione, la presenza della malavita nell’economia, il riciclaggio di denaro sporco. Ma anche: l’inflazione, la perdita di potere d’acquisto della classe media, la carenza di servizi pubblici, in particolare una situazione disastrosa della sanità e dei trasporti. Ciò che ha preso in contropiede i funzionari europei è che, stavolta, una parte della società albanese ha preferito l’azione alla rassegnazione. Anziché scappare, gli albanesi sono scesi in piazza, hanno deciso di combattere. E, secondo il politologo Blendi Kajsiu, ciò è dovuto anche all’effetto lento ma inesorabile di una speciale unità investigativa contro la corruzione e il crimine organizzato che risale a dieci anni fa. Realizzata sotto pressione europea e statunitense, l’unità è entrata a pieno regime negli ultimi cinque anni. Risultato: una serie di scandali che ha pian piano minato l’immagine pubblica del sistema politico. “Questa non è infatti una rivolta contro le élite – dice al Foglio Kajsiu –, è una protesta contro la classe politica nel suo insieme”. Lo scandalo più grosso è arrivato vicinissimo ad Edi Rama. Ha coinvolto, cioè, la sua vice prima ministra, Belinda Balluku, accusata di aver pilotato gare d’appalti per 200 milioni di euro. Fino ad allora, Rama aveva fatto lavorare l’unità senza ostacolarla. Poi si è messo di traverso, l’ha sfidata, ingaggiando un corpo a corpo con i magistrati. Quando nel novembre del 2025 il Tribunale speciale ha ordinato la sospensione della vicepresidente dalle cariche pubbliche, Rama l’ha difesa a spada tratta, impugnando la decisione davanti alla Corte costituzionale. Ha ceduto solo sotto la pressione delle proteste di piazza. Rimuovendola dal governo e sostituendola. “Credo che quello sia stato un momento decisivo per la preparazione della protesta che oggi è dilagata in tutto il paese”.
Anziché scappare, gli albanesi sono scesi in piazza, hanno deciso di combattere
Ora Edi Rama è seriamente preoccupato per il proprio futuro. Anche se i suoi consiglieri credono abbia ancora una carta da giocare: ovvero, l’estate. Il caldo probabilmente sopirà le proteste. E lui avrà l’occasione per correre ai ripari, mostrare di aver capito il messaggio, e prendere decisioni che riducano fortemente i motivi per tornare in piazza, a settembre. Certo è difficile immaginare che il suo carisma possa essere rilanciato, che riesca a uscirne più forte di prima. L’impressione è che si sia mosso qualcosa di molto profondo nella coscienza albanese. Un sentimento che va oltre gli interessi particolari dell’uno o dell’altro. Il sentimento di un paese in pericolo, avrebbe detto Simone Weil. La quale, a proposito dell’amore per la patria, sosteneva che quando amiamo la patria non amiamo la sua grandezza, la sua forza, la sua potenza. No, l’amore per la patria è innanzitutto amore per la fragilità del proprio paese. Amore per ciò che oggi c’è e domani potrebbe non esserci più. Amore per quello che non vogliamo venga distrutto, deturpato, rovinato, vilipeso, umiliato, disprezzato, cancellato. Forse è per questo che i fenicotteri rosa sono diventati un simbolo così perfetto della protesta. Creature così splendide e vulnerabili da incarnare una patria intera.