Sotto le braccia l’ultimo tabù

Dalla Maja ammiccante all’ultima copertina di Chi: sensualità ed estetica delle vituperate ascelle
22 APR 19
Ultimo aggiornamento: 12:45
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“Quando una donna alza le braccia sui suoi seni perfetti, si compie un atto erotico inatteso, sorprendente” (Gérald Cursoux)

In Rai fino al 1957 vigeva il divieto di parlarne. Le braccia mollemente alzate di Virginia Saba, con l’ombra della peluria rasata in primo piano

“N’ascella sì n’ascella no”, diceva la coattissima Mara dei “Viaggi di nozze” di Carlo Verdone, una Manuela Arcuri molto simpatica e a tono, mostrando un incavo perfettamente rasato e uno ornato da una treccina di peli, volenteroso tentativo “de ddire quarcosa de novo” e poi saltava fuori, “ma che, davero”, che “l’aveva già fatto due anni fa Courtney Love”. Vituperate per secoli come ricettacolo e sentina di odori inverecondi, da Ovidio a Suskind è tutta una discesa negli inferi olfattivi dell’umanità, ultimamente le ascelle sono state oggetto di parecchi dibattiti, un po’ pelosi se ci passate la battuta, attorno alla loro rappresentazione più adeguata e, in seconda analisi, più o meno erotica. Come l’inguine, a cui rimandano nel modo più spudorato e più efficace perché volendo si può alzare un braccio e far partire una scarica di feromoni anche in tram mentre sventolare le gonne nella stessa situazione non è permesso, dagli anni Cinquanta in poi l’estetica delle ascelle sembra aver seguito l’andamento della sensibilità sociale nei riguardi della natura: più crescono le preoccupazioni per le sorti del pianeta e l’allontanamento dell’uomo dal famoso “stato di natura” enfatizzato dai primi Illuministi, più i boschetti femminili riprendono quota e vigore. Il Sessantotto era tutto un fiorire di peli, nella doppia declinazione “peace and love” e girl power, cioè femminista, il corpo è mio eccetera; da quando temiamo per le sorti del pianeta e le treccine di Greta hanno preso a girare vorticosamente per il mondo, è partito un nuovo movimento di opinione contro il rasoio, laddove in tempi reaganiani non si poteva essere altrimenti se non lisce e smaltate come vasche da bagno, e come si vide chiaramente la sera del crollo del Muro di Berlino: tutte nuove e splendenti sul fronte occidentale dove bruciavano i falò delle vanità e, con loro, ardevano i bruciatori della cera d’api, a est insomma. “Long hair… don’t care”, pubblicava sul web nel 2014 Madonna in lingerie, mostrando l’ascella non depilata, subito imitata dalla figlia.
Il pendolo estetico dell’ascella pare più preciso e definitivo di quello di Foucault: ondeggia a seconda dei momenti e delle convenienze, ma nell’ultimo trentennio non supera mai il limite del lustro. Qualcuno, come American Apparel, esagera in fervore, e attacca peli pubici e ascellari anche ai manichini. Lo scorso gennaio, una giovanissima furbacchiona del Warwickshire ha lanciato una campagna no profit, “Januhairy”, a favore dell’irsutismo originario: un mese senza rasoio, in cambio di non si sa bene che cosa. Essendo il gioco di parole molto ben riuscito, ci sono cadute in parecchie per qualche settimana (noi donne siamo affascinate dalla fonetica, in genere), inviando selfie con l’ascella alzata e ombreggiata come pattuito, oltre a qualche vaga o concreta promessa di elargizione. Poi, se ne è saputo più nulla: evidentemente, l’operazione serviva ad accrescere la notorietà social della ragazza. Sul tema, le più intelligenti naturalmente scherzano.

Sono arrivate anche a teatro: qualche anno fa un gruppo di scrittrici e attrici ha imbastito “I monologhi delle ascelle”

Ipnotiche catalizzatrici di attenzione, al punto che sul web si trovano consigli su come scattarsi i selfie senza metterle in mostra

Per quanto si voglia scherzare o girarci attorno, la storia dell’attrattività sessuale, dell’appetibilità femminile e anche maschile (pensate a don Giovanni, a come esercita tutti i sensi e ogni arte per spandere attorno il proprio odore di maschio e a come percepisce anche al buio il profumo “di femmina” di donna Elvira, ma anche ai film dei Vanzina con Enzo Salvi e Christian De Sica, tutti un usmarsi sotto le braccia per darsi forza) è stata scritta dalle ascelle, e dunque è giusto che a loro, e a nessun’altra parte del corpo, vada consegnata la palma di ultimo tabù. Non è un caso che la prima grande opera moderna, la “Maja desnuda” di Francisco Goya, cioè la prima donna nuda reale, con nome e cognome propri e non mitologici, posi a braccia alzate, ancorché lisce e morbide, e sono del tutto comprensibili le ragioni per le quali il pittore dovette subire un processo presso il tribunale della Santa Inquisizione. Ancora centotrent’anni dopo, cioè nel 1930, il dipinto suscitava un tale scandalo che gli uffici postali americani decisero di respingere al mittente le lettere provenienti dalla Spagna che aveva deciso di dedicarle un francobollo. La posa rilassata, supina, quell’offrirsi a braccia alzate e con lo sguardo dritto negli occhi dello spettatore era giudicato ben più osceno di quanto avrebbe potuto suggerire il monte di Venere in bella vista ma che, in realtà, nessuno guardava. Le ascelle sono catalizzatori di attenzione ipnotici, al punto che sul web si trovano molti consigli su come scattarsi i selfie senza mettere in mostra le succitate che, pare, permangono sulla retina per un tempo più lungo rispetto al viso. E di essere ricordati per le ascelle, per la nostra natura animale che quelle due grottarelle continuano a denunciare, crediamo che nessuno abbia davvero voglia.