Digitale e deserto. Così il Carnevale di Venezia si adatta al virus

Il comune presenta il piano per l’edizione 2021, mentre l’economia arranca: “Perdite fino al 90 per cento”
5 FEB 21
Ultimo aggiornamento: 11:47
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Ansa/Andrea Merola

Sarà il Carnevale delle mascherine. In versione mignon, virtuale, a prova di distanziamento sociale: “Si farà anche quest’anno”, garantisce Simone Venturini, assessore al Turismo e allo Sviluppo economico del comune di Venezia. L’ultima città a fermare la festa: la notte del 23 febbraio 2020, a quarantott’ore dalla scoperta del paziente 1 di Codogno, in Piazza San Marco c’erano ancora 20mila persone. Stop. Chi mai l’avrebbe immaginato così lungo: “Vogliamo dare un messaggio di realismo e speranza. Oggi è impossibile pensare a bagni di folla, adunate in maschera, lo spettacolo del volo dell’Angelo. E le ricadute economiche saranno senz’altro pesanti. Ma il Carnevale di Venezia è troppo importante per pensare di annullarlo o rinviarlo”. La soluzione in tempo di pandemia è sempre il 3.0: “Dal 6 al 16 febbraio lo racconteremo al mondo attraverso eventi web, pillole di venezianità sui social. Tenendo viva la passione verso la nostra città in un momento così importante”.
Tradizione vuole che il prossimo 25 marzo saranno infatti 1600 anni: portati benissimo, ma l’ultimo è pesato come cinquanta. “Dallo scorso febbraio abbiamo perso dall’85 al 90 per cento del fatturato”, è l’immagine impietosa tracciata da Claudio Scarpa, direttore dell’Associazione veneziana albergatori. “La nostra crisi era iniziata già con l’acqua granda del novembre 2019: oltre alla città devastò i flussi turistici”. E l’eco fu da non credere: al Carnevale successivo c’era ancora chi cancellava la prenotazione per l’alluvione di tre mesi prima. “L’edizione 2020 era stata comunque un’occasione di ripresa. Iniziata bene, con il volume degli introiti rispettato nonostante la chiusura anticipata di due giorni per i primi segnali del coronavirus”, con gli stessi alberghi – paradossale, ora – a far pressione sulla politica. “Il disastro è arrivato poi, in una Venezia vuota. Solo a luglio e agosto, grazie a un turismo molto specifico – tedeschi, svizzeri e austriaci, oltre agli italiani –, c’è stato un parziale ritorno al lavoro”.
E il Carnevale 2021? “Capisco le iniziative dell’amministrazione”, continua Scarpa. “Mantenere la visibilità globale è fondamentale, per rilanciare l’evento l’anno prossimo ed evitare che intanto se ne offuschi il ricordo. Ma dal punto di vista economico sarà totalmente ininfluente. O quasi: i musei civici riapriranno per qualche giorno, contando almeno in qualche visitatore dal Veneto. Invito quindi gli albergatori a riaprire a loro volta: sarebbe un piccolo segnale in attesa della vera ripresa. Anche se finora gli aiuti sono stati pochi”. In autunno la manovra di Cassa depositi e prestiti sembrava poter portare quasi 2 miliardi all’interno del settore. “Ci sono diverse operazioni in piedi”, afferma il dirigente di Federalberghi. “Ma la situazione al momento si è arenata ed è anche per questo se in questi giorni mi trovo a Roma. Gli hotel veneziani hanno fretta. Chi è proprietario di uno stabile può ancora resistere alla chiusura. Per i molti che pagano gli esorbitanti costi d’affitto invece è una lotta quotidiana per sopravvivere”.
È il male comune che travolge anche la ristorazione. Soprattutto nei punti più esclusivi del centro storico: al Todaro, classico caffè d’angolo fra la Piazza e il Bacino di San Marco, si sta approfittando del lockdown per ridurre le dimensioni del locale. “Inevitabile”, sospira Claudio Vernier, proprietario e nipote del fondatore, anno 1948. “Il mercato immobiliare veneziano è ormai preda di un’enorme bolla speculativa che con la crisi è scoppiata. Da tempo noi suoniamo l’allarme: bisogna uscire dalla monocultura turistica. Perché senza turismo Venezia oggi purtroppo non è viva. Questa piazza ancora di meno”. Deserta nella sua bellezza. “Qualche coraggioso tiene aperto solo per decoro. La maggior parte ha le saracinesche abbassate. Ma il 40 per cento delle attività nell’Area Marciana ha chiuso i battenti definitivamente. Chi verrà a sostituirle? Questa è la mia grande preoccupazione”. Vernier è anche il presidente dell’Associazione Piazza San Marco, per la salvaguardia del patrimonio storico e culturale della zona. “Per colpa dell’immobilismo politico è venuto meno il tessuto sociale e produttivo, l’anima della città: sono i negozi veneziani a rimetterci, mica i retail delle multinazionali. Bar e ristoranti convivono con perdite del 70 per cento: non c’è dubbio, siamo arrivati al punto di dover dipendere dai grandi eventi come il Carnevale. L’edizione 2020 era stata una boccata d’aria. L’ultima. Quella di quest’anno tornerà ad essere una festa per pochi e c’è da rifletterci su”.
Il vuoto anche come occasione positiva: “Mi auguro che i residenti cercheranno di salvare lo spirito di una volta. Un gioco locale, l’identità incognita, la goliardia giovanile. È una festa”, continua Vernier, “che nasce per affrontare la vita, non come specchio per le allodole attraverso l’estrema spettacolarizzazione degli eventi. La dimensione dinamica è diventata statica”. I fanatici dello stereotipo veneziano – maschere, colombi, chiaro di luna in gondola – se ne facciano una ragione: il Carnevale di oggi non ha nulla a che fare con la versione puerile del Novecento né con la mondanità di Casanova. “È stato inventato di sana pianta attorno al 1980”, conferma Scarpa da Federalberghi. “Un’intuizione pop, dalle enormi implicazioni per le casse della città. E anche per le condizioni dei lavoratori: prima di allora i contratti erano per lo più stagionali, questa finestra di grandi flussi turistici nel mezzo di febbraio ha permesso invece di farli evolvere su base annuale. Con più garanzie nel lungo periodo”.
Così il new deal in maschera è diventato irrinunciabile. Ma uno strato più sotto, forzato dalla pandemia, è riemerso quello che c’era. E nemmeno il comune lo scarta: “Se le restrizioni lo consentiranno”, soggiunge l’assessore Venturini, “si potrà vivere un Carnevale solitario, con più attenzione a specialità locali come le pasticcerie e senza picchi di socialità. In una Venezia diversa ma funzionante”. Lo è davvero? “Bisogna prendere atto che le città d’arte sono state le più colpite dalla crisi, senza aver ricevuto sufficienti ristori. Lo stato centrale, incapace di comprenderne la struttura, le ha penalizzate. Ma queste saranno le prime a ripartire. E Venezia non farà eccezione, se ci daranno gli strumenti politici adeguati”.
A città speciale poteri speciali, sostiene Venturini: “La salvaguardia del territorio è venuta meno da decenni: il nuovo governo dovrà rendere appetibile investire a Venezia ben oltre il turismo, perché l’ecosistema lagunare implica mobilità e sovraccosti intrinsechi ma non per questo un’unica fonte di reddito. Serve dunque un pacchetto di norme atte a rafforzare l’amministrazione locale, che ha il know-how necessario per governare la città metropolitana”. Intanto il centro storico – 51mila abitanti – continua a svuotarsi. Per alberghi e ristoranti si preannuncia il febbraio più nero. “Molti settori sono in arresto cardiaco”, concede l’assessore. Ma poi aggiunge: “Il Carnevale accompagna la società che cambia. Sta a noi saperci adattare”.