Il sesso al tempo del lockdown

A distanza di tempo e dopo qualche calcolo possiamo dire che la pandemia non ha inciso positivamente sui concepimenti, che guardando i numeri sono addirittura crollati. Un'indagine

di
11 MAY 26
Immagine di Il sesso al tempo del lockdown

Erland Josephson e Liv Ullman in “Scene da un matrimonio” (1973) di Ingmar Bergman

Niente sesso, siamo inglesi (No Sex Please, We’re British), è una pièce ma meglio dovremmo dire una farsa teatrale del 1971. Male accolta dalla critica è rimasta in cartellone – succede, con la critica – fino al 1987. Più della farsa poté il titolo, diventato uno slogan che si è appiccicato agli inglesi come l’etichetta del gallo nero sulle bottiglie del Chianti classico. Su questa scorta potremmo coniarne un altro, di titolo, che ci riguarda ben più da vicino: Niente bambini, siamo italiani (No Children, Please, We’re Italian). Ora, ahimé, quest’ultimo slogan corrisponde al vero più di quanto non succedesse al vecchio e iconico slogan inglese. In effetti, nel quadro di una prepotente crisi della fecondità in occidente (ma non solo, c’è una postura antinatalista, ormai, pressoché nel mondo intero), l’Italia si fa notare, con un numero medio di figli per donna che sta scivolando a 1,1, lasciando intravedere, a breve, il mesto traguardo di un figlio in media per donna nell’intera sua vita riproduttiva: il trionfo assoluto del figlio unico, niente fratelli, niente cugini, niente più reti parentali, altro che famiglia nucleare, individui come nuclei a sé stanti che, con sempre maggiori difficoltà, incrociano e incontrano altri nuclei di una sempre più individualistica società. Ma per questo c’è tempo, vedremo, sperando che qualcosa viri in senso inaspettato, dando inizio se non proprio a un’altra storia almeno a una storia diversa. Difficile, non impossibile.
Piuttosto, “Niente bambini siamo italiani” sembrò dovesse infrangersi, smentendo se stesso, contro l’imprevisto più sgradevole di tutti: il lockdown, imposto (ma le opinioni al riguardo si sono ulteriormente divaricate, sfruculiando nei dati) dalla pandemia di Covid. Ricordate? Fu un florilegio di impressioni, illazioni, previsioni, mentre affacciandosi da terrazzi e terrazzini qualcuno – più d’uno, in effetti, e si dica pure parecchi, non fosse che tempo una settimana anche i terrazzi si desertificarono come le strade di sotto – improvvisava a squarciagola fratelli d’Italia e magari quel Bella ciao che non manca mai quando si tratta di dover resistere, o anche soltanto di pensare di dover resistere, a qualcosa di avverso. Che ne sarebbe stato in quel frangente della vita sessuale degli italiani? Non si sarebbe forse cercato un rifugio ai pericoli esterni nei letti interni alle proprie abitazioni? Impressioni, illazioni e previsioni sembravano infatti inclinare, e pure in modo piuttosto deciso, in direzione dell’aumento di quantità e intensità di rapporti sessuali, di sensualità amorose. Nell’impossibilità delle persone di condurre una vita normale, e perfino di uscire di casa, nell’insolita prigionia che ci attendeva tra le pareti domestiche, non era forse logico pronosticare che proprio quei rapporti, quelle sensualità amorose avrebbero rappresentato una via di fuga non semplicemente metaforica dall’incombente realtà?
Ma il fatto è che, quando si arriva al conquibus, si fa presto a capire che misurare certe attività di così intima sostanza è cosa tutt’altro che facile, cosicché finiamo per abbozzare. E ognuno resta del suo pensiero. Che però, si ripete, inclinava allora all’ottimismo, almeno in quel campo: il vitalismo del sesso avrebbe rappresentato la migliore risposta all’invasione di una pandemia che pareva risalire il corso dei secoli, arrivare da lontani tempi oscuri e calamitosi quando da certi morbi non c’era riparo.
Ancora oggi così stanno le cose: che la materia resta impregiudicata. Chissà, confinati gli italiani nelle proprie abitazioni peggio che agli arresti domiciliari, che ne è stato delle relazioni e delle dinamiche interne alle famiglie, e specificamente dei rapporti sessuali tra coppie eterosessuali sposate, di fatto o provvisoriamente conviventi, visto e considerato che “Niente bambini, siamo italiani” lo si deve a loro, dipende da loro, è frutto loro. Per la verità dinamiche e relazioni interne alle famiglie, trascorsa la pandemia, sono state descritte in film e romanzi con toni non raramente tendenti al pulp e all’horror, più ancora che al dramma. Ma sul sesso resiste l’impressione che ce la siamo cavata. Ce la siamo cavata?
Ritornare sul tema a tanta distanza di tempo può sembrare un inutile esercizio, non fosse che nella patologia della natalità italiana vedere come si comportarono allora gli italiani riveste un interesse che ne travalica l’aspetto giornalistico e pure quello più strettamente sociologico. Certo, è indubbio, le variazioni della natalità non forniscono alcuna garanzia che, al fondo, ci siano analoghe variazioni della vita sessuale delle coppie. Ma dobbiamo accontentarci. Senza peraltro dimenticare che sono gli spostamenti sul barometro della natalità quelli che decidono il bello e il cattivo tempo.
Procediamo allora a una piccola investigazione. Intanto delimitandone i confini in questo modo. Punto primo: Italia e Unione europea sono i due poli che abbiamo considerato – senza entrare nella specificazione dei singoli paesi dell’Unione europea, anche per dare ancora maggior forza al confronto Italia-Ue. Punto secondo: marzo e aprile del 2020 sono i due mesi presi in considerazione, sia in quanto sicuramente i mesi clou della pandemia, sia in quanto investiti in tutt’Europa da lockdown più o meno prolungati, sia perché nei mesi successivi è un decadimento della forza epidemica a cui fa seguito una nuova fiammata e altri movimenti ancora più difficili da monitorare e in cui si perde, comunque, il vincolo del lockdown. Punto terzo: i concepimenti – sconosciuti – intercorsi nei due mesi di marzo e aprile 2020 danno luogo a nascite – queste invece conosciute – nei mesi di dicembre 2020 e gennaio 2021, dunque sono queste nascite a fornire i dati di base dai quali partire. Quarto punto: il confronto tra le nascite di questi due mesi e quelle dei due mesi corrispondenti di un anno prima – dicembre 2019 e gennaio 2020 – ci ragguaglia sicuramente, e senza incertezze, sulla natalità conseguente ai concepimenti nei mesi del lockdown, e quindi anche sull’ammontare e l’andamento dei concepimenti al tempo del lockdown. Quinto punto: a rigore un non punto, giacché gli spostamenti nella natalità accertati grazie al confronto del punto precedente chissà se possono darci un’idea su quantità e intensità dei rapporti sessuali al tempo del lockdown. Vorremmo poter dire che sì, se la natalità dei mesi di dicembre 2020 e gennaio 2021, conseguente ai concepimenti dei mesi del lockdown, è maggiore o minore della natalità dei mesi di dicembre 2019 e gennaio 2020 anche i rapporti sessuali saranno da considerarsi maggiori o minori di quelli di un anno prima. Ma la verità è che non possiamo dirlo con una qualche ragionevole certezza perché un conto sono le nascite e un altro i rapporti sessuali, anche se le prime pur sempre dai secondi derivano.
Ma eccoci infine ai dati. Vediamoli in dettaglio, cominciando dall’Unione europea. Dicembre 2020: 308.953 nascite, contro le 332.846 del dicembre 2019: meno 23.893 nascite, pari a una perdita del 7,2 per cento. Gennaio 2021: 319.419 nascite, contro le 351.038 del gennaio 2020: meno 31.619 nascite, pari a una perdita del 9 per cento. Complessivamente nei 27 paesi dell’Ue si sono perse, nei due mesi di dicembre 2020 e gennaio 2021, 55.512 nascite rispetto ai due mesi corrispondenti di un anno prima, pari a una perdita dell’8,1 per cento.
Questi invece i dati riguardanti l’Italia. Dicembre 2020: 30.431 nascite, contro le 36.464 del dicembre 2019: meno 6.033 nascite, pari a una perdita del 16,5 per cento. Gennaio 2021: 31.321 nascite, contro le 36.077 del gennaio 2020: meno 4.756 nascite, pari a una perdita del 13,2 per cento. Complessivamente in Italia si sono perse nei due mesi di dicembre 2020 e gennaio 2021 10.789 nascite, pari a una perdita del 14,9 per cento rispetto ai due mesi corrispondenti di un anno prima.
Basandoci su questi dati, e solo su questi, del resto sufficienti ai nostri scopi, le conclusioni sono evidenti. Prima conclusione: i concepimenti hanno subito una brusca contrazione nei mesi del lockdown che ha portato a una caduta significativamente più accentuata della natalità dei mesi di dicembre 2020 e gennaio 2021. Seconda conclusione: la caduta della natalità in Italia è stata negli stessi mesi assai più forte di quella dell’Ue nel suo complesso. E fin qui non ci piove. Non ci piove sul fatto che il lockdown ha significato meno concepimenti ovunque che si sono trasformati, nove mesi dopo, in minori nascite ovunque. E non ci piove sul fatto che l’autentica caduta delle nascite in Italia possiede un tasso di gravità ben più alto di quello che possiede in Europa.
Ora, che il lockdown si sia riflesso negativamente sui concepimenti appare, sol che ci si pensi, del tutto plausibile. Perché mai nel bel mezzo di una pandemia di cui non si aveva ricordo in tempi moderni, capace di fare nel biennio 2020-21 quasi 7 milioni di vittime nel mondo, senza ombra di dubbio stimate per difetto, e circa 194 mila in Italia nel triennio 2020-22, queste invece accertate a una a una, perché mai in una circostanza tanto dolorosa e insieme pericolosa si sarebbero dovuti concepire più figli? I figli, specialmente quando sono pochi, a lungo pensati, centellinati a uno a uno come nient’altro al mondo, vengono da situazioni favorevoli di coppia, da visioni ottimistiche o quantomeno non pessimistiche del presente, da speranze nel futuro: tutte cose che stanno all’opposto del clima sospeso di oppressione e attesa che si respirava durante il lockdown.
Ma proprio in questa luce, come possiamo spiegarci la differenza, che statisticamente parlando non potrebbe essere più significativa, che corre tra una contrazione della natalità dell’8,1 per cento, quale quella registrata dall’Ue, e una contrazione della natalità del 14,9 per cento, quale quella registrata dall’Italia? Perché una così grande distanza? Perché il lockdown ha pesato negativamente sulle nascite italiane in una misura quasi doppia di quanto ha pesato sulle nascite dell’Unione europea?
Ah, saperlo. Possiamo solo avanzare delle ipotesi, questo sì, ma non più di questo. E allora vediamo come due peculiarità italiane potrebbero rendere ragione del disastro della natalità italiana al tempo del Covid.
Prima peculiarità: il numero delle coppie nella popolazione italiana è proporzionalmente minore di quello che si registra nell’Unione europea e di età mediamente più alta. Il perché è presto detto: da alcuni decenni ormai i tassi di nuzialità in Italia sono sistematicamente inferiori ai tassi di nuzialità dell’Ue e, d’altro canto, il numero delle coppie di fatto non sposate non compensa affatto questa carenza: il minor flusso annuo di coppie implica peraltro l’innalzamento progressivo della loro età media. Ora, in una situazione come quella del lockdown non v’è dubbio che a tenere il ritmo, diciamo così, sul piano sessuale siano state proprio le coppie più giovani, ragione per cui l’Italia ha pagato il fio della inadeguatezza strutturale della sua popolazione in fatto di coppie – troppo poche – e della loro età – troppo elevata.
Seconda peculiarità, questa invece tanto psicologica quanto è strutturale la prima: il clima del lockdown. Non che questo clima sia stato plumbeo solo in Italia – ci mancherebbe. Ma in Italia si è indugiato sul peggio con un’insistenza tale da farsi male, fantozziana verrebbe da dire – non fosse che la situazione richiamava tutt’altro che l’esimio ragionier Fantozzi. Le cifre dei morti declamate anche più volte al giorno in tutti i notiziari tv a ore prestabilite non infrequentemente dal ministro della Salute, se non addirittura dallo stesso presidente del Consiglio, con l’accompagnamento dei vertici dell’Istituto Superiore di Sanità, richiamavano i bollettini dai fronti di guerra di un tempo solo per l’entità perché per l’autorevolezza che ne sottolineava la gravità non c’era partita: il Covid batteva alla grande i morti da cannoneggiamenti e bombardamenti di qualsivoglia guerra l’Italia avesse mai combattuto. E che dire delle immagini delle processioni di camion che trasportavano fuori dagli ospedali, ridotti a infermerie di guerra, bare che si indovinavano accatastate sotto i colori militari dei cassoni? Maestri in tutto, non ci siamo certo risparmiati noi italiani immagini siffatte, che non facevano che passare e ripassare sembrando ripetere a ogni passaggio tv: estote parati, estote parati. C’è chi sostiene che tutto questo abbia funzionato alla grande, limitando la mortalità per Covid – tesi piuttosto azzardata, alla luce delle cifre dei morti di Covid in Italia. Ma se non sulla mortalità sugli stimoli sessuali ha funzionato senz’altro, e non certo in funzione stimolatrice.
E con questo torniamo a bomba. Non sapremo mai con certezza che ne è stato del sesso al tempo del lockdown, ma sembra improbabile, questo almeno possiamo dire a conclusione della nostra piccola investigazione statistica, che lo stare chiusi nel lockdown mentre fuori imperversava quello che sappiamo gli abbia giovato. Del resto, i concepimenti addirittura crollati in Italia nei mesi del lockdown vanno nel senso di rafforzare questa ipotesi. E poi domandiamoci: ma non abbiamo per una volta reagito tanto emotivamente che razionalmente in modo giusto, di fronte alla pandemia che infuriava, a limitare i concepimenti? Chi scrive pensa di sì, anche se non può fare a meno di annotare che in Italia si è esagerato anche in questo: nella limitazione.