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Controllo del territorio e integrazione degli stranieri: che cosa serve dopo Modena
Il cordoglio per le vittime lascia spazio alla verifica delle responsabilità e a una riflessione più ampia sull’efficacia delle politiche pubbliche: nonostante gli ingenti investimenti del governo Meloni in sicurezza e immigrazione, i dati di spesa e il confronto con la Francia mostrano che il vero terreno critico resta l’integrazione e il controllo del territorio

Foto LaPresse
Dopo il gravissimo episodio di Modena, al momento del cordoglio per le vittime e i feriti e al ringraziamento ai soccorritori seguirà l’accertamento delle responsabilità penali e non dovrà mancare una riflessione ad ampio raggio sulle politiche pubbliche riguardanti il controllo del territorio e l’integrazione dei cittadini provenienti da altre aree del mondo.
Dal momento del suo insediamento, il governo Meloni ha destinato alla sicurezza un notevole investimento in termini normativi e finanziari. Ha adottato ben cinque decreti legge incentrati sulla sicurezza e sull’ordine pubblico e altrettanti focalizzati sull’immigrazione. Inoltre, pur se l’accordo tra Italia e Albania per i centri di gestione dei migranti non comporta l’esborso di un miliardo di euro, ventilato da alcuni parlamentari di opposizione, e diverse spese non si realizzeranno finché i centri non diverranno operativi, è stato previsto un costo di oltre 670 milioni di euro nell’arco di cinque anni. Secondo le stime più recenti della Corte dei conti sulla spesa pubblica, effettuate sul rendiconto generale dello stato per il 2024, il ministero dell’Interno ha speso ben 3,5 miliardi di euro per la missione 27, concernente l’immigrazione e l’accoglienza degli stranieri, con un incremento del 3 per cento rispetto al 2023. Si aggiunga che le risorse destinate dal bilancio 2024 al ministero ammontano a 30,5 miliardi, in calo dell’1,1 per cento rispetto al 2023. Questi dati possono far temere che vi sia contrasto tra la politica pubblica rivolta all’esterno, all’immigrazione, e quella riguardante il controllo del territorio, per il quale le nostre forze dell’ordine hanno tradizionalmente risultati migliori rispetto ad altri paesi.
Un confronto con la Francia è istruttivo anche sotto un altro profilo. Il problema di fondo non è l’immigrazione, bensì l’integrazione dei cittadini naturalizzati (circa 2,6 milioni secondo l’Insee) e di quelli nati in Francia: nel complesso, si tratta di oltre il 21 per cento della popolazione francese complessiva, ma sotto i 60 anni questa proporzione sale oltre il 30 per cento. E’ un problema perché essi registrano tassi di disoccupazione, di povertà e di abbandono scolastico significativamente più alti rispetto alla media nazionale. Sono più esposti non solo al rischio della radicalizzazione islamista, com’è stato osservato recentemente da Gilles Kepel, ma anche a quello del coinvolgimento in attività criminali e alla marginalizzazione.
Volgendo lo sguardo all’Italia, rinunciare al controllo dell’immigrazione sarebbe esiziale, sotto il profilo politico e sociale. Ma non sarebbe meno grave rinunciare al controllo del territorio, che richiede investimenti nel personale e nelle tecnologie, e nell’integrazione di quanti sono già cittadini italiani. Sotto entrambi i profili, il ruolo della pubblica amministrazione è fondamentale. Richiede analisi e proposte all’altezza dei problemi attuali, di fronte ai quali è impensabile tornare al passato.