De Luca e De Gregori siamo noi, non iscritti al Club del genocidio

Non è una disputa tra artisti impegnati e disimpegnati, né l'ennesimo processo politico a uno scrittore e a un cantautore. Il motivo per cui le loro parole su Gaza hanno fatto discutere è un altro: perché molti si sono riconosciuti in quelle posizioni

2 GIU 26
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Foto LaPresse

Non ho ancora testato dal vivo la polemichetta De Luca/De Gregori, ma sento che diventerà un classico delle prossime cene. E dal momento che non frequento solo persone intelligenti, mi aspetto di trovare qualcuno che dica quanto entrambi fossero un po’ spenti da tempo, ma come non te n’eri accorto? E’ la solita tecnica: “Ha perso il filo”, “ha esaurito la vena”, “non è più lui” – tic e residui della cara vecchia egemonia; cose che si dissero di Pasolini dopo Valle Giulia, quando prendeva le distanze dall’euforia del Sessantotto studentesco. Si capisce che tra kefiah di stato ai David e scrittori e podcaster che non dormono più per Gaza, le parole di De Luca e De Gregori suonano come un’unghiata sulla lavagna, ma il motivo per cui se ne parla tanto è un altro. Non la vecchia solfa sulla “libertà dell’artista” (che palle!), non il dramma dell’impegno e del disimpegno con lettere a Rep. e ascoltatori che chiamano Radio3 disperati chiedendosi come sia possibile, com’è successo. Non è nemmeno lo stupore “de sinistra” per uno scrittore e un cantautore che declinano l’invito a entrare nel Club del genocidio – si stupisce solo chi li conosce poco o quelli che “sono artisti, quindi dei nostri”. Se ne parla tanto perché in molti, non artisti, non scrittori, si sono riconosciuti. De Luca e De Gregori siamo noi.
Noi che trovandoci magari a maneggiare il tema medio oriente in situazioni sociali e un tempo amichevoli ci sentiamo chiamati in causa a forza come fosse un test sulla nostra appartenenza alla specie umana – e allora diciamo di essere confusi, di non avere una posizione, anche quando magari ce l’avremmo, ma il contesto non lascia spazio, meglio glissare, per carità (“confusione” e “dubbio” sono una ritirata strategica in attesa di tempi migliori). Siamo noi che abbiamo accumulato sconcerto davanti ad amici e parenti che proclamano la centralità di Gaza nella loro vita, fra cattedre universitarie e aperifada e intonano “dal fiume al mare” coi figlioletti ai cortei, come un “Bella ciao” al sapor mediorientale, e spiegano che non si andrà più al Carrefour sotto casa perché “è complice di genocidio”. Noi che ci sentiamo alieni in tutte quelle situazioni in cui tocca stare zitti mentre si ascoltano discorsi che riempirebbero d’orgoglio i Fratelli musulmani di Hamas. Noi che non usiamo “sionista” come marchio infame – peggio che il “borghese” dei vecchi brigatisti. Noi che fuggiamo in silenzio dalle chat, incluse quelle dei genitori che chiedono una lezione su Gaza in seconda elementare da accorpare a quella sul 25 aprile – fatta, ovviamente, come potete immaginare. Tempo fa, a una di queste cene, un tizio che conoscevo da cinque minuti mi fa “guarda, te lo dico subito, io sono per un Israele forte in medio oriente e ho anche simpatie per il Likud, preferisco essere chiaro…” – solo che la mia domanda era stata “bollicine?” prima di versargli del Franciacorta nel bicchiere. Ma ormai si vive così. Certo, passerà anche questa, come sono passati gli anni Settanta. Intanto si funamboleggia, si schiva l’uso rovinoso di un linguaggio violento e ottuso – non ti schieri, sei negazionista, sei complice!
Ha detto Zerocalcare di essere “contento quando una persona che ha una voce pubblica la usa per dire cose importanti”. De Luca e De Gregori lo hanno fatto in modo eccellente. Prova è che ne parliamo da giorni. Fosse per me, li manderei insieme in tournée, in un sequel di “Banana Republic”, con lo scrittore scalatore al posto di Dalla. E come allora, sarebbe una gran liberazione.