A Pilar Rahola va peggio che a De Luca: indagata per complicità nel genocidio

Per i suoi studi sull’antisemitismo, in particolare quello di sinistra, ha ricevuto premi da università israeliane e il Fondo nazionale ebraico ha piantato un bosco che porta il suo nome nel deserto del Negev. Era inevitabile che la sinistra radicale la prendesse di mira

20 GIU 26
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Foto LaPresse

Giornalista e scrittrice, deputata nazionale dal 1993 al 2000, prima per il partito Sinistra repubblicana di Catalogna (Erc) e poi nel gruppo misto, in quanto fuoruscita da Erc e da sempre appartenente a un’ala radicale del repubblicanesimo e dell’indipendentismo catalano, la barcellonese Pilar Rahola, che all’inizio di questo secolo era anche un nome illustre del Forum sociale mondiale di Porto Alegre, pare il ritratto perfetto dell’intellettuale di sinistra, pur nei suoi eventuali eccessi. Ma ha un difetto che non le consente l’autocertificazione di antifascista: è filoisraeliana.
Per i suoi studi sull’antisemitismo, in particolare quello di sinistra, ha ricevuto premi da università israeliane e il Fondo nazionale ebraico ha piantato un bosco che porta il suo nome nel deserto del Negev. Era inevitabile che la sinistra radicale la prendesse di mira. A un anno esatto dal pogrom del 7 ottobre 2023, durante una conferenza, l’Organizzazione giovanile socialista (Ojs, movimento dell’estrema sinistra catalana) la attacca imbrattandola di vernice rossa, simbolo del sangue di cui, secondo gli attivisti, si sarebbe macchiata. Forse meno inevitabile era che si passasse a una denuncia formale per delitti di odio e complicità diretta nel presunto genocidio. Sono queste le accuse presentate lo scorso febbraio da due militanti della stessa Ojs, che le rinfacciano in sede penale di “negare, banalizzare e giustificare pubblicamente il genocidio del popolo palestinese”, nonché di fungere da portavoce del sionismo internazionale e dello Stato di Israele. Ed è di queste ore la notizia che la Procura di Barcellona ha avviato un procedimento presso la sezione specializzata in delitti di odio. Una volta completate le indagini, decideranno se archiviare o no.
Ciò che Pilar Rahola ha detto per meritare una denuncia di questo tipo suona come un’avvertenza minacciosa per altre figure pubbliche che a vario titolo prendono posizione sui conflitti mediorientali. In un articolo pubblicato il 15 ottobre 2023 su Nuevo Mundo Israelita (portale della comunità ebraica del Venezuela), Rahola non nega la condizione di vittime dei palestinesi, ma scrive che sono vittime “di tutti coloro che li strumentalizzano”, “dei loro leader che non hanno mai voluto firmare alcun trattato di pace” e “delle ideologie islamiste che non hanno mai voluto uno Stato palestinese”. In un’intervista del 2025, ha poi detto: “Nessuno nella regione, tranne l’Iran, vuole che Hamas governi Gaza”. In particolare, il documento presentato al pm dai due denuncianti raccoglie, fra gli altri interventi, l’articolo in cui Rahola citava Bernard-Henri Lévy, secondo il quale, “se Israele avesse voluto compiere un genocidio, ci avrebbe impiegato tre giorni e non tre anni”. Altri testi usati come prova a carico di colpevolezza ci sono i post social in cui Rahola critica la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori occupati, Francesca Albanese. Se la procura non chiude il fascicolo, aprirà un notevolissimo precedente.