Società
confusione e propaganda •
I trumpisti vanno matti per Respail. Ma non l’hanno capito
“Il Campo dei santi” dello scrittore francese predica la fine dell’occidente sotto il peso dei muri, non dell’invasione migratoria. La sua ripubblicazione non è un banale caso di recupero letterario, ma un’operazione politica nel tentativo di dare un qualche fondamento culturale e una giustificazione morale al razzismo americano del presente
23 GIU 26

Jean Raspail (foto Getty)
Nella Francia degli anni 70 e 80, egemonizzata dai salotti della Rive Gauche e dal post-Sessantotto, Jean Raspail è pressoché un fossile, un romantico reazionario, un innamorato delle cause perse. La sua produzione letteraria ricama sull’ossessione per il tramonto delle civiltà e, fino al momento in cui si trasformerà nell’idolo della destra nativista globale, Raspail campa sulla reputazione di scrittore di viaggi per le pagine del Figaro Magazine. Nei decenni precedenti, infatti, ha esplorato le Americhe e l’Asia sulle tracce di popolazioni in via di estinzione, con lo sguardo non tanto dell’antropologo mosso dai sensi di colpa occidentali, ma del nostalgico fatalista. Cattolico tradizionalista e monarchico, fieramente anti repubblicano, ex militante nel partito fascista di Marcel Bucard durante l’Occupazione, Raspail considera la Rivoluzione francese l’inizio della fine e un imperdonabile inciampo storico. La Francia però ha sempre avuto tolleranza nei confronti dei conservatori dotati di buona penna e Raspail scrive con stile elegante, ben radicato nella migliore tradizione nazionale. Per questo non finisce emarginato e le testate conservatrici gli tengono le porte socchiuse, come a un vecchio zio eccentrico. Ma nel 1973 lo scenario che lo riguarda cambia radicalmente con la pubblicazione del romanzo “Il Campo dei Santi”, titolo che è un riferimento biblico all’Apocalisse, laddove viene descritto “l’accampamento dei santi” circondato dalle truppe di Satana. Ambientando la rappresentazione del suo incubo demografico sulle coste francesi, Raspail diviene l’interprete della paranoia xenofoba e il profeta della “Francia profonda”, non solo per l’estrema destra storica del Front National, ma per l’intera provincia borghese, terrorizzata dalla globalizzazione e dal crollo dei confini. La trama del romanzo è di una estrema semplicità: una flotta immensa carica di disperati del terzo mondo fa rotta verso le coste meridionali della Francia. L’occidente, paralizzato dal buonismo, dai sensi di colpa post-coloniali e dal pacifismo di facciata, si rifiuta di respingerli con la forza e finisce per farsi invadere, vedendo cancellata in pochi giorni la propria civiltà. Raspail non offre soluzioni, ma solo una sponda emotiva, dando forma al senso di accerchiamento dei suoi lettori. Quando nel 2020 morirà, a 94 anni, avrà vissuto abbastanza da vedere la sua fobia trasformarsi nel programma politico di mezza Europa e oltre. L’intellettuale rifugiato nel reazionarismo per disprezzo verso le masse, dimostra così una regola d’oro della politica contemporanea: la paura ben raccontata vince sulla speranza mal esposta.
Negli Stati Uniti, la periodica ripubblicazione del “Campo dei Santi” non è un banale caso di recupero letterario ma piuttosto un’operazione politica nel tentativo di dare un qualche fondamento culturale e una giustificazione morale al razzismo americano del presente. Alla metà degli anni Settanta, il libro era ancora sconosciuto negli States, pur pubblicato dal prestigioso editore Scribner. L’ereditiera Cordelia Scaife May, una discendente della famiglia Mellon, banchieri della Pennsylvania, disponendo di un patrimonio di 500 milioni di dollari decise di contribuire seriamente al lancio definitivo del libro, dopo essersi dedicata per anni alla lotta contro l’immigrazione. Sostenuta da alcuni think tank di estrema destra come la John Birch Society, nel 1983 la May paga personalmente la distribuzione capillare del volume, nella speranza che contribuisse a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento. Alcuni anni più tardi, nel 1995, la May mette nuovamente mano al portafoglio per pubblicare nuovamente il romanzo. Stavolta l’editore è la Social Contract Press di proprietà del suo amico John Tanton, l’architetto del moderno movimento anti immigrazione americano, anch’egli convinto che il libro costituisca un’arma per spaventare la classe media e per spostare il dibattito dalle questioni economiche alla pura sopravvivenza demografica. Negli anni Dieci del 21esimo secolo, il romanzo travalica finalmente i circoli conservatori per assumere un ruolo attivo nell’acceso dibattito pubblico che circonda la risorgenza del suprematismo bianco. “Il Campo dei Santi” offre infatti alla destra suprematista l’impalcatura narrativa su cui poggiare la sua teoria della “Grande Sostituzione”: non si tratta tanto di difendere i posti di lavoro, la sicurezza nei quartieri o la tenuta del sistema sociale – argomenti smontabili dai fatti. Si tratta di difendere la pura essenza dell’occidente. E per la base radicale, leggere questo romanzo significa trovare conferme alle proprie paure e percepirsi come ultimo baluardo d’una cittadella assediata. E’ un ribaltamento dei ruoli: chi già detiene buona parte del potere si traveste da minoranza in via di estinzione.
Così “Il Campo dei Santi” diviene definitivamente un caso letterario, con tanto di copertina dedicata dall’Atlantic, con l’illustrazione di un uomo bianco nel proprio giardino, osservato da decine di “stranieri” rannicchiati fuori dal suo steccato. Probabile che lo stesso Raspail non avrebbe mai immaginato che il suo libro sarebbe diventato un simile manuale in uso all’estrema destra globale. Nel 1973, al momento della sua prima pubblicazione in Francia, l’immigrazione infatti era un argomento di dibattito marginale. Persino il neonato Fronte nazionale, fondato un anno prima, non la giudicava una questione centrale, soprattutto al confronto con il comunismo e la minaccia sovietica. Sarà Marine Le Pen, una volta eletta presidente del Fronte nazionale, a esortare i suoi supporter a leggere questo romanzo, nel momento in cui la crisi migratoria comincia ad attanagliare l’Europa. E ancor oggi, peraltro, il romanzo è presente negli elenchi delle letture consigliate dalle organizzazioni di estrema destra francesi come la Cocarde Étudiante, l’associazione studentesca vicina al Rassemblement National. In sostanza, ciò che Raspail aveva concepito come il requiem per un’Europa morente, la destra francese l’ha trasformato in uno spot elettorale riutilizzabile. Il principale architetto di questa operazione di riciclaggio culturale d’Oltralpe è Éric Zemmour, il giornalista prestato alla politica che ha riadattato le visioni apocalittiche di Raspail, spogliandole della malinconia aristocratica che le rendeva innocue e trasformandole nel manifesto di brutale programma politico. Raspail scriveva per una nicchia di reazionari colti, usando la metafora dell’invasione della Francia per parlare del crollo spirituale dell’occidente. Zemmour, invece, sa che le masse non votano per salvare lo spirito nazionale, ma per difendere il loro quartiere. Non a caso la destra francese ha iniziato a utilizzare concetti a lettere cubitali come quello della “SOMMERSIONE”, che evoca la marea umana inarrestabile, prelevando l’immagine della flotta di migranti del “Campo dei Santi” e calandola nelle banlieue di Parigi. O dell’“IMBARBARIMENTO”, espressione che serve a convincere l’elettore che il furto del motorino fuori dal metrò non sia un problema d’ordine pubblico, ma il sintomo del crollo della nostra civiltà. O ancora come il “FRANCOCIDIO”, neologismo secondo il quale ogni crimine commesso da un immigrato è un attacco alla nazione. Il megafono di questo nuovo lessico politico della destra identitaria è l’impero mediatico di Vincent Bolloré, e in particolare il canale CNews, l’equivalente francese di Fox News, dove ogni fatto di cronaca viene inserito a forza in questo schema narrativo, trasformando l’apocalisse in intrattenimento.
Tornando dall’altra parte dell’Atlantico, il romanzo di Raspail è stato appena ripubblicato e adottato dalla cerchia ristretta di Donald Trump, eletto a vessillo giustificazionista della caccia agli immigrati clandestini. Quella che per l’autore era in origine una provocazione grottesca, oggi viene letta dalla destra radicale americana come un manuale di sopravvivenza. Ne discende un interrogativo: perché un romanzo francese di cinquant’anni fa, scritto con una prosa intrisa di razzismo vecchio stile, si trasforma nella bussola della destra suprematista americana? La risposta sta nell’immediata fruibilità del testo. La destra americana ha bisogno di nobilitare la propria xenofobia: odiare l’immigrato per partito preso suona male persino per le frange più estreme, ma difendersi da un’invasione apocalittica come quella descritta da Raspail, è un’altra storia. Lo stratagemma è trasformare l’aggressore in vittima e la crudeltà in istinto di conservazione. Stephen Miller, l’onnipotente vicecapo di gabinetto dell’Amministrazione Trump, mente dietro alla caccia agli immigrati clandestini negli States, è un fan della prima ora del romanzo, di cui raccomanda la lettura ai redattori dei siti conservatori, per imparare a dare drammaticità e senso d’emergenza ai loro articoli sull’immigrazione. Steve Bannon, ex stratega di Trump, lo cita spesso nei suoi interventi radiofonici, utilizzandolo per descrivere l’arrivo dei migranti in Europa e le ondate che premono al confine col Messico, dichiarando di apprezzare la dimensione politica di un’opera che definisce “potente”, colpito dalla descrizione che Raspail fa delle élite in rotta e dalla virulenza con cui attacca “quella prostituta chiamata mass media” – tema caro alle campagne che la destra Usa conduce abitualmente contro la stampa. Bannon dice: “‘Il campo dei santi’ descrive come le pubbliche istituzioni, i media e la Chiesa crollino, abbandonando la difesa della civiltà occidentale. Alcune descrizioni sono datate, come quando Raspail se la prende con gli hippies, ma il romanzo non lo è affatto”. In sostanza lo schema narrativo di Raspail s’incastra alla perfezione con le guerre culturali americane di oggi. E il fatto che questo libro venga preso sul serio è riprova di un vuoto allarmante. La polemica contro la cultura woke è la traduzione della sua visione e il suo messaggio è che la compassione è un’arma usata dalle élite per distruggere l’identità nazionale. Per contrasto, l’insensibilità e il cinismo diventano allora virtù morali e giustificazione per chiudere i porti, costruire muri e separare le famiglie al confine. Nel mondo di Raspail e nella retorica della destra americana che l’ha adottato, il vero nemico non è il migrante. Il migrante è una forza della natura, un’orda informe guidata da un cieco istinto di sopravvivenza. Il vero bersaglio del disprezzo è invece il prete che predica l’amore universale, il giornalista che narra la storia strappalacrime, il politico progressista che cede alla pressione umanitaria. Peccato che la destra suprematista abbia costruito una macchina di propaganda, ma abbia dimenticato di metterci dentro un’idea di futuro. L’ossessione per la demografia, per il colore della pelle e per le carovane ai confini, nasconde un’impotenza: è l’atteggiamento di chi sa che il proprio mondo è al capolinea, non a causa di un’orda d’invasori, ma per il suo banale esaurimento. Raspail non ha predetto la fine dell’occidente per mano dei migranti, piuttosto ha descritto come un certo occidente finirà per autodistruggersi: barricato dentro casa.