La “relazione parasociale”, o della più grande deviazione del nostro (folle) secolo

Sentire vicinanza emotiva verso un personaggio pubblico è un vecchio trucco da performer, che i social hanno portato all'estremo

10 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 06:36
Immagine di La “relazione parasociale”, o della più grande deviazione del nostro (folle) secolo

Una fan di Taylor Swift fuori dal Madison Square Garden durante il matrimonio della popstar (Foto Getty)

La cosa che più mi spaventa del nuovo millennio è il catalogo delle giovani emozioni. Roba mai vista. Tra i nuovi acquisti, c’è l’indignazione stratificata, pericolosissima. Sono anni che si combatte contro le accuse di indegnità, molte delle quali campate in aria, ma ormai ci siamo abituati, offendersi è il nuovo stato dell’arte, perciò l’industria dell’intrattenimento si adegua: ora si scrive e si parla con le carenature di gomma sul vascello per non urtare nessuno, quindi si va lentissimi e il viaggio scoccia perché il panorama non cambia mai.
Proprio quando mi ero quasi abituata a questo mondo urticato dal niente, ecco il sentimento nuovo che fa capolino. Si chiama: relazione parasociale. Cos’è una relazione parasociale? Quella certa sicurezza di percepirsi meno di un amico ma molto più di un conoscente. Quella sensazione infondata di connessione. E’ la più grande deviazione dell’epoca iper-connessa: il legame emotivo con l’estraneo. Che ci fosse si sapeva, che eravamo malatissimi e non più operabili me ne sono accorta con il matrimonio di Taylor Swift, Taylor Swift è un buon pretesto per capirne qualcosa. Recentemente i fan sono delusi da quella che secondo loro è stata una pacchianata: lo sposalizio. Ma come, il Madison Square Garden? Dove giocano le partite? Con le luci artificiali, in centro città? Sei una burina! Ci sono migliaia di account Tik Tok (adulti Tiktok, trenta-quarantenni) che si chiedono, inorriditi, perché la loro beniamina non abbia scelto il lago di Como, un castello francese, Capri, i prati dell’Irlanda. Chissà che brutte foto, al Madison Square Garden! Invece è solo una scelta intelligentissima, proprio swiftiana: lei voleva gli amici, che sono tutto il pil della musica e del cinema, quindi si doveva per forza sposare in un bunker: ci sono i Mangione in giro, in questi anni, vedete voi se scegliere le belle foto o la prudenza.
Parasociale è questo: i commenti sono maniacali e da vicino, come se fosse una compagna del liceo. La definizione non è nuova. Compare negli anni 50, quando la televisione entra nelle case e i presentatori e gli attori delle soap diventano volti di tutti i giorni. Come spiega Elizabeth Perse in una ricerca, si tratta dell’“illusione di un’amicizia”: un legame unilaterale e stranamente potente. Horton e Wohl, citati nello studio, descrivevano già nel 1956 questo meccanismo: “il performer parla al pubblico, mostra emozioni, costruisce una presenza coerente, e lo spettatore percepisce una forma di scambio sociale. Non è necessariamente un fenomeno delirante: è una dinamica ordinaria del consumo mediale. Rispetto ai media tradizionali, piattaforme social aumentano accessibilità percepita e questo facilita l’attaccamento”. E come mai, ci si chiede, questa devianza non viene ricacciata indietro e scoraggiata? Perché sono così rari i “ma chi ti conosce?” degli influencer ai follower ossessivi che fanno domande privatissime tanto che certe volte ci si spaventa di quello che si legge nei box “chiedimi tutto”? Perché la devianza ha anche effetti favorevoli, e quindi la relazione parasociale non solo qualcuno se la tiene, ma se la liscia. Perché “Relazione parasociale” è anche il sistema di vendita su Instagram, l’unico che funziona. Il termine turbo-commerciale che si è trovato per la faccenda è community. Curare la community. Ho la migliore community! Pare quasi una cosa innocente, invece è solo geniale: una parola lavata col sapone per farla sembrare diversa da com’è. Sono queste anche le premesse delle relazioni immaginarie. “Ci amiamo!” “Ma vi siete mai visti?” “No”. E’ la cifra sentimentale contemporanea ed è anche follia, sì, certo. Ma chi si sente perfettamente a posto in questi anni alzi la mano.