Com’è che i potenti del mondo sono sempre più cupi, aggressivi e arrabbiati?

Lezioni di entusiasmo dal passato, dall’allegria contagiosa di Reagan all’ottimismo di Roosevelt (anche negli anni bui della Grande depressione), al sorriso smagliante di Jfk

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E’ da un po’ che i leader d’Europa appaiono tutti imbronciati (foto Getty)

Quelli che non sorridono, dopo un po’ stufano. Può capitare che un leader giunga al potere, vinca le elezioni cavalcando rabbia e protesta, che si difenda continuando per un po’ a dare addosso a chi governava prima, inventando nemici e traditori, capri espiatori. Ma è difficile regga se non comunica almeno un briciolo di ottimismo, di fiducia nel futuro. Che le cose stiano andando male, e possano andare anche peggio, la gente lo sa per conto suo. Ha bisogno che qualcuno gli dica come e perché possono andare meglio.
Da quand’è che non si è visto un Trump sorridente, ottimista, che infonde serenità? A memoria di cronista è sempre cupo, imbronciato, arrabbiato, minaccioso. Eppure aveva vinto le elezioni promettendo di fare l’America grande di nuovo. E’ vero, aveva vinto anche giurando vendetta ai suoi nemici personali, agli avversari, e soprattutto agli amici dai quali si sentiva tradito. Ma quello pareva un dipiù, un effetto secondario. La promessa primaria era meno tasse per tutti, dazi pagati dagli altri e bottino per tutti, senza più immigrati, regolatori, giudici e altri guastafeste. Scomparso il sorriso, è rimasta solo la smorfia torva, cattiva. Fare l’America grande di nuovo era anche lo slogan con cui Ronald Reagan e George Bush avevano asfaltato il ticket Carter-Mondale nelle elezioni del 1980. Campeggiava sugli sticker appiccicati sui paraurti. Quattro anni dopo, Reagan si era ripresentato, ripetendo da ogni schermo tv, con la sua voce calda e suadente: “It’s morning again in America”, è di nuovo mattina in America. L’opposto esatto di “adda passà ‘a nuttata”. La speranza realizzata contro la speranza deterministica. Il sole che è già qui, anziché il sol dell’avvenire. Il progressista triste Walter Mondale non aveva una chance, osservò un commentatore. Quando, pochi anni dopo, arrivai a New York, dopo sette anni trascorsi a Pechino, fui abbagliato dai colori pastello tenue che facevano da sfondo a tutti i telegiornali del mattino. Mettevano buonumore. L’altra scoperta fu la Cnn, un canale che ti dava tutte le notizie di diretta, da tutto il mondo, da ogni aula di commissione parlamentare. Come se uno fosse presente. Per il corrispondente, era come essere in molti luoghi nello stesso momento. Ronald Reagan surclassava i rivali in sorrisi, allegria e buonumore. Scoppiettava di barzellette e battute. Ma soprattutto comunicava un ottimismo contagioso. Così come ottimismo aveva predicato Roosevelt negli anni bui della grande Depressione. Vent’anni prima di Reagan, un ottimismo contagioso aveva comunicato, all’America e al resto del mondo il volto giovane e il sorriso smagliante di John F. Kennedy. La sinistra non capì il perché del successo di Reagan. Così come non aveva ben capito il perché del successo di Kennedy. Si cominciò a capire solo dopo che fu assassinato. Kennedy era il presidente che iniziò a mandare soldati americani in Vietnam, e cercò di far invadere Cuba. Ero alle medie, leggevo poeti molto di sinistra, rivoluzionari: il mio conterraneo Nazim Hikmet, Majakovskij, Brecht. Mi colpirono i versi del poeta cubano Nicolás Guillén sul “sorriso falso di Kennedy dai denti di cane”.
“Il più bello dei mari/ è quello che non navigammo./ Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni/ non li abbiamo ancora vissuti.
E quello che vorrei dirti di più bello/ non te l’ho ancora detto.”
La lettera d’amore in poesia per la futura moglie Münevver Andac, scritta da Nazim Hikmet nel 1942 è tra le più potenti dichiarazioni di ottimismo di tutti i tempi. Fu scritta in carcere, in uno dei momenti più bui: le armate dell’Asse vincevano in tutta Europa e in Asia, Hitler aveva invaso l’Unione sovietica, il comunista Hikmet rischiava l’impiccagione. Nulla toglie alla bellezza dei versi il fatto che lui, clandestinamente riparato in Unione sovietica, non vi avesse trovato il paradiso che immaginava (Stalin lo voleva far ammazzare, se l’era cavata solo perché il tiranno era morto prima). Né il fatto che Münevver, finalmente anche lei libera, audacemente fatta espatriare da Joyce Lussu, altra incorreggibile ottimista, lo abbia raggiunto per scoprire che lui, da vero sultano, stava già con un’altra donna. Sarà anche fatto di illusioni l’ottimismo. Ma senza ottimismo non si va da nessuna parte.
E’ da un po’ che i leader d’Europa appaiono tutti imbronciati. In confronto a Ursula von der Leyen, Angela Merkel aveva un sorriso sereno. Come ispiratori di ottimismo, Friedrich Merz e Emmanuel Macron meglio lasciarli perdere. Giorgia Meloni, che pure avrebbe un bel sorriso, è sempre più livida, arrabbiata, incupita, ingrugnita. Vero, la sua cifra era sempre stata combattività da capopolo, non l’ottimismo. Il meglio l’aveva dato con quel “Yo soy Giorgia, soy una mujer, soy una madre, soy italiana, soy cristiana”, urlato dalla tribuna degli estremisti spagnoli di Vox. Era il grido di battaglia di un’onda in crescita. Esprimeva certezza di vittoria. Sono trascorsi solo quattro anni, ma sembra un’altra èra. Lei si è rattristata. Per continuare a vincere, per invogliare i depressi, si è ridotta, poverina, a cercare di truccare i dadi, cambiare le regole del gioco, ad alzare la posta in palio (possiamo prenderci anche il Quirinale). Elly Schlein la si è vista sorridere davvero di gusto una sola volta, quando vinse a sorpresa la conta interna e fu eletta segretaria del Pd, a cui non era nemmeno iscritta. La sorpresa era l’apice della vittoria e dell’ottimismo. Pazienza se quel “non ci avevano visto arrivare” era rivolto più ai compagni di partito che agli avversari. Passato l’effetto sorpresa, le viene difficile suscitare entusiasmi. Per non dire di Maurizio Landini, sempre ad alzare la voce come stesse litigando con la suocera. Giuseppe Conte sorrideva almeno ogni tanto, quando faceva il premier. Il governo ha fatto porcherie di qua, porcherie di là, i salari sono da fame, c’è gente che fatica ad arrivare a fine mese, la sanità pubblica è un disastro, e così via. Verissimo. O vero almeno in parte (c’è anche chi sta benone, meglio di prima). Ma una punta almeno di ottimismo, un abbiamo ottenuto questo o quest’altro, un ce la faremo che suoni appena appena convincente, no?
Ci sono leader che sprizzano ottimismo. Altri che hanno la sconfitta dipinta in faccia. Silvio Berlusconi era riuscito restare in sella per un ventennio anche perché sorrideva, trasudava ottimismo da tutti i pori. Le sue tv promettevano allegria, donne e champagne per tutti. Quel che conta è il clima che uno riesce a creare. Era come se tutti, nella gran lotteria, potessero sperare di avere il biglietto vincente. I giornali della destra sono diventati invece tutti solo ingrugniti, contro gli immigrati, gli stranieri, i diversi, i giudici, la sinistra. Per un po’ può anche funzionare. Alla lunga no. I buffoni hanno più successo dei musoni. Vale anche per i populismi. Le truculenze e le volgarità di Bossi e di Grillo erano temperate dal fatto che facevano ridere. Che ci trovi in lui? chiede nel cartoon il detective alla vampissima Jessica Rabbit. “Mi fa ridere”, la risposta.
Il Pci degli anni Settanta giunse al massimo del suo fulgore elettorale non perché denunciava la malefatte del “neocapitalismo”, ma perché qualche riforma la poteva vantare anche dall’opposizione, poteva vantarsi di buona amministrazione nelle regioni rosse. Giorgio Amendola (e molti altri), avevano capito che gli operai stavano meglio, non peggio di prima. E, soprattutto, che potevano sperare di stare ancora meglio. Le fabbriche del nord si erano rivelate meglio delle campagne e della miseria nel sud. Era possibile farsi l’automobile e la casa. Mandare i figli all’università. Essere ottimisti per il futuro. Enrico Berlinguer certo non era ridanciano (anche se ci sono foto in cui sfoggia un bel sorriso dolce). Era serio, con l’aria severa, ma non incazzoso. Era a modo suo ottimista, e ispirava ottimismo. Disse che in Italia c’erano già “elementi di socialismo”. Se invece ripeti mattina e sera che il paese (o l’Europa, o il mondo) è alla canna del gas, c’è solo un effetto depressivo. Dopo il disastro per Unidad popular in Cile, aveva lanciato non improperi e maledizioni, ma un’iniziativa politica: l’idea di un “compromesso storico” con l’arcinemica Dc.
La lagna non paga. Non mobilita. Non porta bene. I profeti di sventura non pigliano voti. Sono antipatici. Anche (anzi, soprattutto) quando dicono il vero, mettono il dito nella piaga. Cassandra era odiata dai troiani. Nel regno di Giuda non c’era chi non volesse accoppare Geremia per le sue profezie di disgrazia. Il nodo non è “dire qualcosa di sinistra” (o di destra). E’: dire qualcosa di positivo! “Se non avete qualcosa di carino da dire, meglio che ve ne stiate zitti”, è il consiglio di mamma coniglio ai suoi coniglietti che dileggiano il neonato Bambi. Walt Disney era quasi fascista, ma certe cose le aveva intuite per tempo. Da Adam Smith in poi si è parecchio indagato Sulla natura e la causa della Ricchezza delle nazioni. Si è fatto attenzione ai rapporti di forza, al pil, all’indebitamento, agli equilibri e squilibri commerciali. Si è badato meno all’umore delle nazioni, all’ottimismo e al pessimismo delle nazioni. Si tratta di qualcosa di più difficile da accertare e da calcolare. L’ottimismo è una variabile indipendente dal benessere, e anche dal grado di democrazia. E’ indipendente anche dalla fiducia che si ha nel leader, e dal fatto che questo sorrida o meno. Ha a che fare col passato, il presente e, soprattutto, la percezione del futuro. GlobeScan 2026, una delle tante indagini comparative sul tema, ha chiesto ad alcune decine di migliaia di intervistati se ritengano che il mondo stia andando nella direzione giusta o meno. Dovevano rispondere se concordavano fortemente con questa affermazione, concordavano un poco, dissentivano un pochino, o dissentivano del tutto. Ne viene fuori che il paese più ottimista al mondo è la Cina (indice di ottimismo +59). Seguita dal Vietnam (+55). “Ottimisti” anche Nigeria (+24), Arabia saudita ed Egitto (+25), seguiti dall‘India (+17). Pessimista l’America latina: Brasile -50, Colombia -51). Superata però decisamente in pessimismo dall’Europa (Francia -64, Olanda -62, Germania -60, Italia -61). Russia e Ucraina non fanno parte del sondaggio. E nemmeno si sono premurati di sentire gli iraniani. A Mosca si presume non siano in pieno ottimismo. A Teheran il risultato della guerra di Trump è che nessuno spera più in un cambio di regime. I pasdaran hanno di che compiacersi. Negli Stati Uniti, come c’era da aspettarsi, pessimisti e ottimisti si dividono secondo gli orientamenti politici (repubblicani +8, democratici -47). Questo prima della guerra all’Iran. Mi piacerebbe sapere come la passano ora.
Se il pessimismo europeo, e quello di mezza America, possono sembrare scontati, non è invece affatto scontato l’ottimismo cinese. Xi Jinping non è uno che sorride, al massimo ha costantemente un’espressione ambigua, tra ieratico, enigmatico e annoiato. Erano usciti dal covid col morale a pezzi. Stanno invecchiando di gran passo, molto più velocemente di quanto sia avvenuto negli ultimi decenni in Europa e in Giappone. Saranno 300 milioni in meno da qui a metà secolo. La prospettiva dovrebbe renderli tristissimi. E invece si possono permettere di stare più tranquilli, se non più allegri, perché si sono buttati sui robot guidati dall’intelligenza artificiale. Allo stesso modo in cui, a differenza dell’America di Trump, si sono buttati nelle energie alternative. Di robot ne hanno già più che tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Ne producono ogni anno dieci volte più che gli Stati Uniti. Ultimissimo ritrovato, che pare vada per la maggiore, un sistema laser contro le zanzare, forse un sottoprodotto dei sistemi militari anti-missile e anti-drone. Una ditta cinese, la UBTech, è la prima al mondo a pubblicizzare robot umanoidi da compagnia, con pelle al silicone che sembra vera e capacità emotiva gestita dall’Intelligenza artificiale. Con milioni (miliardi se si considerano anche le nano tecnologie) di robot potranno forse evitare la stagnazione tipo Giappone, fare a meno della forza lavoro che gli verrà a mancare, forse fare a meno dell’assistenza agli anziani che era stata garantita per millenni dalla progenie, dalla famiglia numerosa e dalla morale confuciana. Pazienza se gli mancano l’affetto dei figli e la democrazia. Non si può avere tutto.
Ho avuto la fortuna di nascere in una generazione che ha goduto di molti decenni di ottimismo. Quella del baby-boom del dopoguerra. Europa, Germania, Giappone, Italia, erano usciti dalla Seconda guerra mondiale con le ossa rotte, in rovina. Si erano ripresi alla grande nei successivi “magnifici trent’anni” di crescita e di prosperità. Perché c’era ottimismo. Fu ottimista, a modo suo, anche la generazione della grande contestazione. In America era stata preceduta dalla generazione del Rock’n Roll. Contestavano i genitori, il sistema, la morale bacchettona, il razzismo, il capitalismo, il tran-tran, la noia, persino la “democrazia borghese”. Ma credevano nel futuro. Si entusiasmavano per orrori puri come la Grande rivoluzione culturale di Mao. Esattamente come altre generazioni di giovani prima della loro si erano entusiasmate per la guerra, e poi per il fascismo e il nazismo, o per la Rivoluzione bolscevica. Ma dal Maggio francese, oltre alla stupidera, avevano preso la fantasia, il buonumore. Che dio ci guardi dai populisti tristi, dai nostalgici cupi, dai fanatici incapaci di sorridere, privi di senso dell’humour. Non so quante chance abbia la sinistra democratica ispirata dal successo di Zohran Mamdani a New York di scalzare i Maga di Trump. Stanno vincendo a man bassa le primarie democratiche, a scapito dei candidati tradizionali, di establishment. Bisognerà vedere come se la caveranno contro gli avversari repubblicani. Che si definiscano socialisti o socialdemocratici non è un punto a loro favore. Da quelle parti equivale a dire comunisti. Che pretendano di far pagare più tasse ai ricchissimi è cosa ostica all’individualismo americano. Ma so che il nuovo sindaco di New York Mamdani sfoggia sempre uno smagliante sorriso, non ha per niente l’aria truce e minacciosa degli scherani di Trump. L’altro giorno milioni di newyorchesi, come presi da un contagio mai visto, sono scesi per le strade a festeggiare la vittoria dei Knicks nel campionato di basket. In America più che altrove le fortune elettorali hanno sempre arriso ai sorridenti e agli ottimisti.
L’espressione “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà” piaceva molto ad Antonio Gramsci. Ricorre molte volte nei suoi scritti. Compare una prima volta, attribuita a Romain Rolland, nel 1920. Sono gli anni di piombo, dell’occupazione delle fabbriche e della reazione violenta che aveva suscitato. Ricompare nei quaderni e nelle lettere dal carcere, quando riflette sulle ragioni della sconfitta brutale della sua parte politica. Ritorna in una nota databile tra l’aprile e il maggio 1932. E’ intitolata Passato e presente. Del sognare a occhi aperti e del fantasticare: “Prova di mancanza di carattere e di passività. Si immagina che un fatto sia avvenuto e che il meccanismo della necessità si sia capovolto. La propria iniziativa è divenuta libera. Tutto è facile. Si può ciò che si vuole, e si vuole tutta una serie di cose di cui presentemente si è privi. E’, in fondo, il presente capovolto che si proietta nel futuro, tutto ciò che è represso si scatena. Occorre invece violentemente attirare l’attenzione nel presente così come è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. Si intreccia ancor di più il politico e il personale nelle lettere alla cognata Tatiana Schucht. “Fino a qualche tempo fa io ero, per così dire, pessimista con l’intelligenza e ottimista con la volontà […]. Oggi non penso più così. Ciò non vuol dire che abbia deciso di arrendermi, per così dire. Ma significa che non vedo più nessuna via di uscita concreta e non posso più contare su nessuna riserva di forze…” Datata: 29 maggio 1933. Hitler era da poco cancelliere.