Maradona e quella rivoluzione in 5 minuti quarant'anni fa

Il campione argentino tra la Mano de Dios, tra furbizia e poesia, e quel gol nel quale dribblò la Nazionale inglese

13 GIU 26
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Foto ANSA

Cinque minuti. Ci sono rivoluzioni che covano per anni, altre che restano solo sulla carta o nei sogni. Per quella di Diego Armando Maradona, invece, sono bastati 300 secondi, diventati l’unità di misura fondamentale, la pietra miliare della storia del calcio. Stadio Azteca, Città del Messico, la culla di Italia-Germania 4-3: un punto già benedetto sulla mappa del futbol. È il set ideale anche per la revolucion del Pibe de Oro: due gol in cinque minuti, nella stessa porta, per trasformarsi dal Davide che beffa Golia con la Mano de Dios all’autentico Barrilete cosmico, l’aquilone spaziale che segna la rete più bella di sempre. Era il 22 giugno 1986: il sole cocente, un gran caldo, l’Argentina, guidata da Carlos Bilardo, scende in campo con la maglia da trasferta blu. La leggenda narra che i magazzinieri dell’Albiceleste rimediarono le divise da gioco in un negozio di articoli sportivi: le magliette ricevute dallo sponsor tecnico erano pesantissime e andavano sostituite. A questo acquisto dell’ultimo minuto si devono anche quei numeri bizzarri stampati sulle maglie: font da football americano, le misure sproporzionate; alla partita della vita si va senza piani B.
Inizia la gara e la prima frazione di gioco tra Argentina e Inghilterra, quarto di finale del Mundial, è passata senza scossoni: ha vinto la paura di non prenderle. Incorniciano gli spalti 114 mila spettatori, sembra aleggiare il peso di quel pregresso che ha un nome diverso, dipende da quale lato dell’Oceano lo si osserva. Malvinas o Falkland, una guerra – inutile? – per l’arcipelago alla fine del mondo: erano passati solo quattro anni. Da Londra, Margaret Thatcher continuava a mostrare i muscoli al pianeta. Alla Casa Rosada, Raúl Ricardo Alfonsin era il primo presidente che stava cercando di traghettare la fragile democrazia argentina fuori dalle esperienze criminali delle giunte militari. L’invasione del 1982, in fondo, era stato il colpo di grazia che il Generale Galtieri aveva inflitto al suo stesso regime: una prova di forza costata oltre un migliaio di vite, la risposta inglese non si era fatta attendere. A pagarne come sempre il conto el pueblo, che ora si identificava in Diego Armando Maradona: il Diez che con la maglia del Napoli era diventato il paladino di ogni Sud, la scorciatoia per il riscatto.
Al minuto 51, Maradona va in slalom e tenta di sfondare in area. Un passaggio sulla destra, nel contrasto la palla si impenna e schizza al centro dell’area. Il portiere inglese Shilton cerca la respinta di pugno ma Diego – poco più alto di un metro e sessanta – è lestissimo, in una frazione di secondo colpisce di mano, il pallone scivola in rete ingannando la terna arbitrale. Il gol della Mano de Dios appare come un colpo di astuzia senza precedenti. Il mondo si divide: furto o poesia? Incollato al televisore del rifugio di Andalo, dove è in vacanza con la parrocchia della sua San Martino in Rio, il dodicenne Lele Adani resta folgorato. E anche oggi, quarant’anni dopo, non ha dubbi. “È assolutamente poesia. La Mano de Dios è il chiaro indirizzo del destino, spinto da Diego: non è solo un gol fatto con la mano; è un gol fatto con la mano agli inglesi. Maradona ha scelto il modo più geniale per beffarli, tra l’altro in mondovisione. Un colpo di estro assoluto, una replica al furto subito alle Malvinas”. E l’arbitro? È solo un comprimario in un disegno più alto? “Fa molto effetto rivedere questo gol quarant’anni dopo, in epoca di Var: in pochi secondi sarebbe stato annullato”, fa eco l’ex arbitro Mauro Bergonzi, apprezzato moviolista tv per i programmi Rai, offrendoci un punto di vista laterale. “Giustamente, pensiamo al danno subito dall’Inghilterra. A me, però, è capitato spesso di immedesimarmi nel mio collega arbitro, il tunisino Ali Bennacer. Sapete quanti notti non ha dormito per quell’errore?”, sottolinea, nella voce una partecipazione che va molto al di là del semplice spirito di colleganza. “Credo che nessuno abbia mai pensato davvero all’arbitro: in fondo, è proprio lui la prima vittima”. In campo, lo spazio per le proteste finisce presto. Diego festeggia beffardo, la palla è al centro: 1-0 Argentina.
Nei trecento secondi che seguono, i pianeti sembrano allinearsi per preparare la falcata magica di Maradona. Serviva un gol fuori media – non una rete qualsiasi – perché nessuno potesse coltivare dubbi. Chissà se anche Diego l’aveva compreso, iniziando l’azione nella sua metà campo, in una selva di gambe inglesi. Di certo, tutti sarebbero stati d’accordo, dopo: il gol del secolo vale doppio, risarcisce ogni ombra anche su quello (di mano) che era da annullare. Undici secondi, li ha contati lo scrittore argentino Carlos Aletto. Un’azione opera d’arte, poesia pura in movimento, l’ispirazione che condurrà l’Argentina a vincere il mondiale. “Quel gol non produce solo un’emozione estetica sublime, è anche una forma di resistenza, una sineddoche della rivincita, della disobbedienza, della possibilità impossibile”, racconta Aletto in un bar di Milano, riguardando l’azione sullo smartphone. “È un loop eterno in cui vorremmo continuare a vivere, è un gol che non finisce mai”. Può confermarlo, più di chiunque altro, Victor Hugo Morales. Nella sua cabina di commento allo Stadio Azteca, attraverso i microfoni di Radio Argentina, iscrive alla storia della letteratura una cronaca che bascula estasi e commozione, lirismo e onomatopee che accompagnano i tocchi magici di Diego. Dentro ci sono la fanciullezza e il sacro, i sogni e la malinconia. Il suo barrilete cosmico – l’aquilone magico in cui trasforma Diego dopo quel gol – è la summa delle mille anime di Maradona, del suo essere poetico e imprendibile, ma anche fragile e scostante: l’annuncio del raddoppio argentino si spegne tra le lacrime del cronista.
Agli atti resta anche il gol di Gary Lineker che accorcia le distanze nel 2-1 finale: un bel colpo di testa dal centro dell’area piccola presidiata dagli arcigni difensori argentini. Senza nulla togliere al campione britannico, una rete normale in una partita straordinaria: pochi la ricordano, tra le pieghe di un romanzo praticamente solo albiceleste. Lo storico John Foot studia da decenni il rapporto tra calcio e società; nel 1986 aveva 22 anni: nel Regno diviso – anzi, fratturato    – dalle riforme lacrime e sangue della Thatcher, Foot è sulla barricata degli oppositori. “Mio zio era il leader laburista che Lady Margaret sconfisse alle elezioni del 1983, il peggior risultato Labour di sempre”, ricorda dall’Università di Bristol, dove insegna storia italiana “ma oltre a ragioni personali, ero molto scettico sulle sue ricette politiche. Stavo dalla parte debole della storia: amo il mio paese e so che la mia posizione è molto minoritaria, ma quel giorno mi divertii a tifare Argentina. Mi dispiacque solo per John Barnes, l’ala sinistra di origine giamaicana che mi stava molto simpatico”. Le immagini, riviste oggi, consegnano ai Leoni un piccolo rimpianto: la velocità di Barnes, entrato nel secondo tempo e autore dell’assist per Lineker, sarebbe stata una freccia in più all’arco degli inglesi. Al fischio finale, gli argentini festeggiano felici. Maradona viene circondato da decine di fotografi e operatori tv. Nessun dribbling è più possibile: stringe i pugni al cielo, il sorriso è una maschera di stanchezza mista a gioia.
Quel giorno Diego Armando Maradona diventa un uomo irrimediabilmente contro. Destinato a dividere ma anche a non lasciare indifferenti. Una storia che continua a parlare quarant’anni dopo. “Diego è nei cuori di chi si emoziona per il rimbalzo di una palla o perché sogna un calcio libero. Tanti continuano a sentirsi rappresentati da lui”, riflette Lele Adani, una passione infinita per Diego e per Napoli. “Da primo, è andato in mezzo agli ultimi: un messaggio di cui abbiamo bisogno tutti. Un simbolo per ogni battaglia contro il sistema, anche se quelle lotte spesso si perdono. Quel 22 giugno il mondo e il calcio cambiano, perché Diego è stato anche un politico: ha promesso gioia attraverso un pallone, senza mai mentire e l’ha regalata a tutti”. Intorno alla sua rivoluzione resta un ultimo nodo aperto. Bisogna tornare all’aedo di quel match: Carlo Pizzigoni ci ha fatto da tramite con Victor Hugo Morales. La carta d’identità vicina agli ottanta non scalfisce minimamente la passione per il microfono e il racconto. Cosa resta dell’aquilone cosmico, quarant’anni dopo? Certo, Diego non c’è più, ma la sua poesia anarchica e un po’ sghemba, dove è andata a finire? “Rimane lì, in quella intuizione: perché l’aquilone non è semplice da guidare, e vola dove riesce meglio ad esprimersi” la voce di Morales, caldissima, arriva via smartphone da Baires e sembra quasi ridimensionare la grandezza della sua trovata letteraria. “In quella cronaca, però, mi lascio sfuggire una cosa ancora più importante: siamo di fronte alla giocata di ogni tempo. La sensazione era netta. E ancora oggi resta un gol insuperato”. Un match che condensa un incredibile incrocio di destini, suggestioni e leggende. Argentina-Inghilterra è un’inchiesta sentimentale sul pallone e sulla nostra passione infinita. Tutte le strade portano a una certezza: è il giorno dei giorni della storia del calcio.