Il santino di Bielsa e il bufalo Lukaku

I cronisti adorano “El Loco” anche quando stramazza contro i sauditi, perché basta guardare per terra in una foto per diventare maestro di vita. Molto meglio ciccio Lukaku: entra, ansima, segna quasi, e almeno non pretende di insegnarci il mondo

17 GIU 26
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(foto Ansa)

Ci mancava Marcelo Bielsa. L’allenatore argentino idolo dei cialtroni convinti che il calcio sia un mix tra un racconto di Osvaldo Soriano, un comizio di Bernie Sanders e un aneddoto sul vecchio zio pazzo, a questo Mondiale siede sulla panchina dell’Uruguay, e già si sono sprecati gli articoli su di lui: “El Loco”, il visionario, il guru della panchina, il-mai-banale-senza-peli-sulla-lingua e altre vaccate ancora più cosmiche dell’aquilone dei miei coglioni del 1986. L’esordio è stato un 1-1 con l’Arabia Saudita più loffio del ciuffo di De Ketelaere contro l’Egitto, ma da due giorni si parla solo della sua foto pre-gara in cui invece di guardare nell’obiettivo guarda per terra. “Genio!”, “Maestro!”, “Provocatore controcorrente!”, “Filosofo fuori dagli schemi!”, sono alcuni degli epiteti che i sempre oggettivi giornalisti sportivi gli hanno dato dopo avere finito di spellarsi le mani per le sue critiche all’organizzazione del torneo.
“Non sono un modello”, ha detto lui con fare da capopopolo scoglionato, e giù altri elogi. Nessuno che ricorda i suoi flop ai Mondiali con Argentina e Cile, mai: si siede a bordocampo sulla borsa dell’acqua, Bielsa, deve per forza avere sempre ragione, no? A questo punto molto meglio il portiere di Capo Verde, amici, uno sconosciuto che nel giro di 24 ore è passato da 46 mila follower sui social a oltre sei milioni (and counting) grazie al clean sheet contro una Spagna più rallentata di me dopo la quarta bottiglia: si chiama Vozinha, ha 40 anni, gioca nella serie B portoghese (per farvi capire il livello, una sorta di serie A col fado come colonna sonora), fa il portiere per una Nazionale improbabile e ha tutte le caratteristiche per eccitare il cronista medio che la sa lunga e non fa che spiegare agli amici che gli chiedono di trovarsi un lavoro serio che il giornalismo sportivo ormai non è più cronaca ma narrazione, ricerca di storie. 
Cresciuto con i nonni, che naturalmente sono morti, fa il dentista di mestiere e non è riuscito a comprare il biglietto per la mamma perché costava troppo. Lui almeno una grande prestazione l’ha fatta, e alle spalle ha una carriera che farebbe paura a un ex galeotto, tra Moldavia, Slovacchia e São Vicente. Mettiamoci l’anima in pace: visto il basso livello i gironi sono il momento delle storie strappalacrime e strappamutande, quindi ne racconto una anche io. Non è quella di Sabri Lamouchi, ct della Tunisia durato meno di una pinta di bionda tra le mie mani, ma è quella di Romelu Lukaku, insolentito da tutti negli ultimi mesi e dato per finito. E’ entrato a metà secondo tempo nella sfida tra il suo Belgio e l’Egitto, più grasso di Ronaldo il Fenomeno: uno scatto, pochi secondi e gol propiziato. Buon per lui, c’è stato subito il cooling break (io a casa me lo sono fatto con la birra) e ha potuto rifiatare, già più sudato di un bufalo in calore. Poi non ha più fatto un cazzo, ma chissenefrega.