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New York è tornata al centro dello sport
I Knicks sono più di una squadra di basket, sono un’identità collettiva. Altro che Mondiale
20 GIU 26

Foto ANSA
Sono passati quasi 47 anni da quando Big Bank Hank, al secolo Henry Wilson, pronunciò per la prima volta la strofa “I got a color tv so I can see the Knicks play basketball”. In una sorta di manifesto materialista-edonistico, tra gli oggetti e i benefit in suo possesso uno dei tre componenti della Sugarhill Gang menzionò nel rivoluzionario Rapper’s Delight, primo brano rap a fare breccia nel grande pubblico, un modesto televisore a colori. Che però gli permetteva di veder giocare i New York Knicks. Per fare rima, Hank avrebbe potuto anche dire “the Yankees play baseball”, ma non lo fece, perché quello era un messaggio, una dichiarazione di appartenenza: a New York solo i Knicks, specialmente nel contesto urbano di richiamo per la cultura hip-hop. Soprattutto, un messaggio preventivo e involontario ai critici, ai rapper newyorkesi come Grandmaster Flash, Kool Herc, Coke La Rock, DJ AJ, Afrika Bambaataa, che non gradirono i toni giocosi di quel rap, dissonanti rispetto alla rabbia metropolitana che essi stessi esprimevano e di cui si sentivano quasi scippati, ora che il genere era esploso. In più, due dei tre della Sugarhill Gang erano del New Jersey, non di New York e men che meno del Bronx. Da cui però, curiosamente, veniva proprio Wilson prima del trasferimento per lavoro oltre il fiume Hudson. E Wilson era consapevole che la menzione dei Knicks faceva da chiave di accesso, facilmente leggibile persino in un testo lunghissimo (il brano dura un quarto d’ora).
Knicks, ovvero New York pura. Non i Nets che giocavano - ecco – nel New Jersey così come i Giants, non gli Yankees, non i Mets o i Jets (Shea Stadium, Queens, per entrambi), non gli Islanders, non i Rangers. I quali, unici assieme ai Knicks, giocano e hanno sempre giocato a Manhattan: che è tutto tranne New Jersey, ed ecco perché il recente trionfo dei Knicks nel campionato Nba, 53 anni dopo l’ultimo titolo, ha avuto un significato ancora più grande, nel momento in cui i Mondiali di calcio di New York si giocano… nel New Jersey, finale compresa, e là si giocò pure il Super Bowl del 2014.
Una confusione di ruoli, per turisti e visitatori, che viene cancellata nel momento in cui Jalen Brunson trascina i suoi alla quarta, decisiva vittoria nella finale e scatena festeggiamenti mai visti nell’era dei social media, paragonati da alcuni solo a quelli del 1994 per il titolo dei Rangers, arrivato dopo un’attesa simile, 54 anni. Ma l’hockey non è mai stato il City Game, titolo di un grande libro di Pete Axthelm che abbinò il racconto dei Knicks 1969-70, campioni NBA per la prima volta, alla frenetica, liberatoria, pratica hip-hop del basket di strada nei cinque borough, i distretti in cui è suddivisa la città.
Gli infiniti campetti della metropoli, alcuni dei quali assurti a fama internazionale come il Rucker Park all’ombra di casermoni di edilizia popolare al di qua del fiume rispetto allo Yankee Stadium, non hanno con il Madison Square Garden, “l’arena più famosa del mondo” come da rituale presentazione, un legame diretto, se non nel brulicare del pubblico delle ultime file in alto, quello che non viene mai inquadrato: nell’arco delle 41 partite stagionali, anche al netto dei numerosissimi turisti, qualche biglietto a poco prezzo si trova, e lassù c’è la rappresentazione di una suburra mangiaebevi lontana dall’eleganza delle prime file costantemente sotto gli occhi di media, quelle dei vip che in cambio della visibilità e dei biglietti devono promettere di rispettare regole anche curiose, come quella di non andare mai via prima della fine e accettare di essere coinvolti in iniziative pubblicitarie.
E non per nulla alcuni, come Woody Allen o la modella Emily Ratajkowski, sono stati messi al bando o, peggio, invitati a pagare il biglietto “che per loro ci sarà sempre”, come ha detto un portavoce del Garden.
Una miscela di presunte miserie e ipotetiche nobiltà che collega l’unico newyorkese del roster, José Alvarado, nato a Brooklyn e cresciuto nel Queens, al trio Josh Hart, Mikal Bridges e Brunson, che hanno raggiunto la maturità e vinto titoli universitari a Villanova, lungo la Main Line, la cintura ricca a nordovest di Philadelphia dove risiedeva Kobe Bryant, che infatti, poliglotta e benestante com’era, aveva faticato ad essere accettato nel city game di Philly. E dove abita Julius Erving, di Long Island, che a fama NBA è salito proprio a Philadelphia, ma che nel 1974 e 1976 aveva vinto il titolo della rivale ABA con i New York Nets, cacciati da Manhattan per l’ostilità dei Knicks e finiti, dal 1972, al Nassau Coliseum proprio a Long Island.
Nassau, contea che prese il nome dalla città tedesca da cui si originò la dinastia reale olandese Orange-Nassau. I cui colori sono blu e arancione, scelti per i Knicks in omaggio alla New Amsterdam che era poi diventata New York, perché alla fine intorno ai Knicks gira tutto. Altro che New Jersey, altro che NFL, altro che Fifa: New York, con i Knicks, è tornata ad essere al centro. Di tutto.
