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FACCE DISPARI •
Nicola Maffulli, l’ortopedico più citato al mondo è un ex campione di lotta
Ordinario di ortopedia e traumatologia alla Sapienza, è stato anche agonista di lotta libera, judo e sambo (lo sport da combattimento sovietico) con un quarto posto ai campionati europei: "Smisi per mancanza di tempo, non di voglia". Intervista
25 OTT 26

Il ranking della Stanford University lo ha classificato come il ricercatore più citato al mondo nelle pubblicazioni scientifiche su ortopedia e medicina dello sport (il suo nome vi ricorre oltre 5.200 volte). Non è questo il solo tratto peculiare del professor Nicola Maffulli, ordinario di ortopedia e traumatologia alla Sapienza e primario della clinica ortopedica e traumatologica dell’ospedale Sant’Andrea, napoletano di origine ma con più anni trascorsi all’estero che in Italia. Maffulli è stato anche agonista di lotta libera, judo e sambo (lo sport da combattimento sovietico) con un quarto posto ai campionati europei: l’attività sportiva gli ha procurato medaglie ma pure due protesi all’anca, permettendogli di sperimentare anche dal lato dell’atleta e del paziente la specializzazione per cui è famoso come medico.
Quando cominciò l’attività sportiva?
Da ragazzo, con la lotta libera, conquistai un bronzo ai campionati italiani. Quando mi trasferii in Gran Bretagna scoprii il sambo e vinsi gli open nell’87 e nell’89, poi presi la cintura nera di judo e un argento ai campionati del Sud Est inglese. Chiusi la carriera con il quarto posto in Europa per il sambo. Ho gareggiato nella categoria fino a 57 chili, poi in quella fino a 62. All’epoca ero già docente e mi trovavo a combattere contro atleti professionisti, ma dopo il ritiro dall’agonismo continuai a calcare il ‘tatami’ fino a 42 anni, poi smisi per mancanza di tempo, non di voglia, malgrado le protesi all’anca. L’esperienza proseguì da medico, alle Olimpiadi di Londra del 2012, quando coordinai il team sanitario per il judo e la lotta libera.
Quali attività consiglia per tenersi in forma?
In tanti si divertono col padel o il calcetto, ma bisogna avere una preparazione fisica per giocare minimizzando i rischi di infortuni. Bicicletta e jogging sono molto meno traumatogeni. Per lo sport agonistico il discorso è assai diverso: un calciatore che disputa 70 partite a stagione deve rassegnarsi all’eventualità dei traumi e all’usura fisica.
Ha insegnato in Inghilterra, Hong Kong, Australia, Canada. Quando e perché è tornato in Italia?
Nel 2013, in seguito alla legge 238 sul “rientro dei cervelli”. Ho insegnato dapprima all’università di Salerno, ma ho continuato e continuo a tenere rapporti accademici in Gran Bretagna, dove molti fra i miei allievi sono oggi in cattedra da primari. È un paese dove la professione medica è profondamente cambiata e ora è assimilabile a quella di un manager sanitario ma senza la garanzia di un contratto a tempo indeterminato, che hanno solo i primari, e con guadagni non superiori a quelli dei colleghi italiani. È scoraggiante per chi non considera la medicina prima di tutto una vocazione.
Lo è stata per lei?
Forse perché m’influenzò la figura di mio padre, da bambino avevo già deciso che avrei fatto il medico benché mi appassionassero anche le lettere. Una preparazione umanistica serve: l’altro giorno citavo ai miei specializzandi “La montagna incantata” di Thomas Mann per spiegare come una lunga permanenza in ospedale, auspicata da alcuni pazienti, non faccia mica così bene. Però nessuno aveva letto il libro. Qualcuno mi ha chiesto chi fosse quell’autore.
Cosa sta leggendo?
Saggi sulle pandemie e sulla mitologia, ma sto anche rileggendo Salgari perché mi riporta agli anni giovanili. Ho appena terminato un suo romanzo poco conosciuto: “I naufragatori dell’Oregon”.
Perché l’hanno soprannominata “il re dei tendini”?
È un interesse che nacque da ragazzo: quando praticavo il mezzofondo soffrii spesso di tendinopatia achillea e mi resi conto di quanta poca attenzione scientifica vi fosse dedicata. L’osso guarisce sempre, la cartilagine mai, i tendini fanno la differenza. Cominciai a occuparmene e in Inghilterra curai diversi calciatori, per esempio il centrocampista del Leeds United, David Batty, poi sono stato consulente della Fiorentina e ho conquistato quel soprannome.
Come ha conseguito il primato nelle citazioni scientifiche?
È frutto dell’interazione fra i team dei vari Paesi in cui ho insegnato. L’obiettivo principale è condividere il nostro materiale di studi a beneficio della prossima generazione di accademici. Sono inoltre convinto che un ricercatore non si debba confinare nella sua subspecializzazione e ciò non vale solo per l’ortopedia dello sport o per il chirurgo, il quale non può ignorare tutti i passaggi che hanno preceduto il suo intervento. Io proseguo nella ricerca con il sostegno della rettrice della Sapienza e della direttrice generale del Sant’Andrea, però vado ancora ogni giorno in sala operatoria.
La super-specializzazione può diventare uno svantaggio?
Sulla base dei risultati, soprattutto negli Stati Uniti, negli ultimi anni hanno cominciato a fare marcia indietro con una rivalutazione del generalista. La credenza nella iperspecializzazione non è sostanziata dalla scienza né lo è stata dall’economia sanitaria: chi sa benissimo una cosa sola tende a fare solo quella, mentre un professionista deve avere una visione olistica, altrimenti è alla stregua di un tecnico della lavatrice. Un ortopedico non può specializzarsi, per esempio, nella mano ma ignorare il resto.
Qual è un valore aggiunto per chi studia ortopedia?
Approfondirne anche la storia e gli sviluppi, le nozioni di farmacopea e di riabilitazione praticate nel corso del tempo e nelle diverse tradizioni mediche.