Perché i loghi dei marchi digital oggi sono tutti uguali?

Le nuove versioni dei loghi di Google, Airbnb, Spotify e Pinterest hanno caratteri tipografici simili. Ma ci sono delle spiegazioni
11 MAR 18
Ultimo aggiornamento: 13:22
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In realtà dietro a questo cambiamento ci sono delle spiegazioni, alcune puramente tecniche, altre culturali, altre ancora puramente strategiche. Proviamo ad analizzare una per una. Partiamo da quelle squisitamente grafiche: si tratta in tutti i casi di caratteri Sans Serif, ovvero senzagrazie, cioè senza i tratti terminali, comunemente chiamati bastoni (il logo del Foglio è invece tipicamente con grazie). Sono quindi caratteri molto semplici, facili da riprodurre e soprattutto da leggere sugli smartphone, luogo eletto per la loro fruizione. Impatto e chiarezza sono ormai le parole chiave richieste da tutti i brand per la costruzione dei loro loghi: da una parte perché ci si rende conto che gli utenti sono sempre più bombardati da elementi visivi di ogni genere, dall'altra perché un marchio semplice e leggibile evoca anche servizi facili da usare, diretti e chiari. In particolare, quelli citati sono tutti marchi affermati, e quindi il loro obiettivo di comunicazione non è più quello di “fare rumore” per distinguersi visivamente, ma risultare affidabile nella vita quotidiana delle persone.
C'è poi da fare una riflessione più “marketing-oriented” legato al logo e all'identità visiva. Un tempo il logotipo era ispirato al concetto da comunicare (nel caso specifico, il logo originale Spotify con quelle onde sonore sopra la O faceva intuire che si trattava di qualcosa legato alla musica). Adesso il logo non ha più questa funzione fondamentale: oggi è il marchio (ovvero il nome e i valori materiali e immateriali che evoca) che fissa il concetto. Oltre a questo c'è anche una riflessione specifica da fare sui marchi legati alle utility digitali: oggi siamo così pervasi da queste app, siti e servizi mobile che sono diventati parte della nostra vita quotidiana e quindi anche della nostra “lingua”. I marchi diventano quindi sempre più parole (o meglio, verbi) di uso comune. In inglese l'espressione “I google this” è ormai un esempio intelligibile da tutti, anche nella (fastidiosa)forma italiana “Ora lo googlo”. E' quindi evidente che se un marchio diventa parola è più importante che diventi un carattere piuttosto che un logo. Prima di chiudere, un'ultima considerazione che in realtà rende simili i (non) loghi digital con quello di altre categorie merceologiche che tendono ad uniformarsi e addirittura a conformarsi su codici grafici simili: succede per i brand di lusso (da Vogue a Giorgio Armani) ma anche per i whisky scozzesi, che hanno più o meno tutti lo stesso lettering legato ad un cliché molto riconoscibile. Quindi fino a che non arriverà qualche innovatore “disruptive” nel campo grafico, le cose continueranno così.Anzi, mancherebbe all'appello un altro logo: questa la previsione del blog Oh no Type Co.