Disney+ e la nostalgia millennial

Come usare Disney Plus per ricordarsi com’è davvero essere bambini e per sopportare un po’ meglio quelli degli altri, immergendosi nel mondo irreale del vecchio Walt
1 GIU 20
Ultimo aggiornamento: 16:05
Immagine di Disney+ e la nostalgia millennial

Una scena del cartone animato “La Bella e la Bestia” (copyright Disney)

Come ogni primo martedì del mese, domani c'è il nuovo appuntamento con il Foglio Innovazione, il mensile tech a cura di Eugenio Cau. Dalle 23.30 di oggi lo potete leggere online qui.
Ho fatto l’abbonamento a Disney Plus per non strangolare (parlo con enfasi) i figli dei miei vicini di casa. Finora ha funzionato. Vi racconto come.
La mia bambina preferita abita in un film della Pixar, “Monsters and Co”, ha la frangetta, gli occhi tondi, una maglietta rosa, l’armadio pieno di mostri. Piange poco, mai un capriccio; è simpatica, silenziosa, coraggiosa. Si chiama Boo, come il verso che si fa ai bambini per spaventarli. Nessuna delle pur molte figlie dei miei vicini di casa le assomiglia. Boo m’è tornata in mente durante questa quarantena, quando, esasperata dal flauto della figlia della mia dirimpettaia, dal calcetto domestico dei figli di quelli di sopra, dal karaoke dei figli di quelli di sotto, in un pomeriggio lavorativo, ho deciso di andare a bussare alla porta di tutti per chiedere che s’adoprassero per contenere il frastuono. Molto utile.
Reazioni: quella con il flauto s’è messa a piangere mentre sua madre mi diceva che dovevo capire; quelli del calcetto mi hanno presa a pallonate mentre il padre come sopra (cerca di capire); quelli del karaoke mi hanno cantato “te ne vai sì o no” mentre i genitori sempre come sopra. Una volta a casa, afflitta e inconsolabile, ho ricordato che Boo è silenziosa, ardimentosa e autarchica perché non ci sono i suoi genitori. Mai. Mi sono detta che è mio preciso dovere tenere sempre a mente quanto è bello il modo d’essere dei bambini, quando non ci sono gli adulti a contaminarlo. E che oltre che un dovere, è anche l’unico modo per resistere alla tentazione di andare a bussare alle porte delle case in cui abitano per farli smettere di ciarlare, urlare, cantare, trapanare, e tutti gli svariati altri atti di terrorismo bianco che sono in grado di compiere tra le mura domestiche. Come fare? Un’ora di Skype Call con le figlie delle mie amiche? E no, ché ci sarebbero le mie amiche.
M’è tornato alla mente un pezzo su Disney Plus, sul suo successo, e tac, abbonata. Una settimana di prova gratuita, poi sei euro al mese, che m’è parso un prezzo ragionevole, considerato che Netflix lo pago il doppio e non lo uso, perché le serie tv mi irritano, e non conta quanto siano belle e discorribili: dalla terza puntata comincio a essere ossessionata dal finale, vado all’ultima, e guardo come finisce, come Billy Crystal leggeva l’ultima pagina dei libri in “Harry ti presento Sally” – “così, se muoio prima di finire, so quello che succede”. Ho controllato immediatamente che ci fossero tutti i classici, perché a fine marzo, quando la piattaforma è diventata accessibile anche in Italia, avevo letto che “La spada nella roccia” non c’era, e avevo perso fiducia nel genere umano. E invece eccolo lì, il miglior film d’animazione di tutti i tempi, a disposizione di dito. Ho Disney Plus anche sul telefono, se avessi i dieci dispositivi su cui è possibile installarlo, lo installerei su tutti, uno “Spada nella Roccia” tascabile e sempre reperibile è tutto, nella vita. E non c’è giorno, ormai, che io non mi lavi la faccia senza far andare la scena della Maga Magò quando si presenta a Semola trasformato in passerotto e gli canta “posso aver fascino, un bel visin, ugola d’or, morbido crin, ma non farti illusion, perché in un zumparaqua sono un gatto!” – signore che contestate la Disney perché diseduca alla militanza femminista e propala zuccherose educazioni sentimentali, quando passava la Maga Magò dov’eravate?
Mi piace di Disney Plus il fatto che posso fare dei mashup, posso assemblare le migliori scene della mia educazione sentimentale, cinematografica, relazionale, amicale. Mi piace che nei 500 film disponibili non ce ne sia nessuno che potrebbe diventare una serie, perché esistono storie intoccabili e compiute ed è giusto che siano le storie che raccontiamo ai bambini, è giusto che, quando quei bambini crescono, le ritrovino intatte. Accordo il mio perdono a certe versioni filmiche e lo faccio perché la quarantena mi ha resa una persona migliore, ma comunque non posso esimermi dal segnalare che la correzione in favore di istanze genderfluid cui è stato sottoposto il cast de “La Bella e la Bestia” è un fatto inaccettabile, esteticamente riprovevole, pari alla correzione della Carmen di Bizet al maggio fiorentino di due anni fa, quando si decise che Carmen non doveva morire per protestare contro il femminicidio.
Capisco lo Zeitgeist, ma mi piacerebbe che l’infanzia restasse fuori dal tempo, come lo è lo streaming, come lo sono i flussi. Mi terrorizza, di certe ripuliture etiche, quello che terrorizzò Pamela Lyndon Travers, la scrittrice di Mary Poppins, quando Walt Disney le propose di fare un film dal suo romanzo, e lei sapeva che lui avrebbe tolto tutte le ombre, perché lui lavorava per fare dei bambini degli ottimisti battaglieri, mentre lei lavorava per mostrare loro tutto, specie il male, la paura, l’errore. A proposito di Mary Poppins, c’è una puntata di un documentario, “Disney oggetti di scena”, che m’ha fatto scoprire che quasi tutti gli oggetti di scena originali del film sono perduti (sì, ci sono anche i documentari).
Ho visto il corto Pixar sul gender gap negli uffici, “Purl”, con sceneggiatura a prova di commissione pari opportunità di un paese che noi non saremo mai, è m’è sembrato un incubo di Pamela Lyndon Travers, l’esempio più infelice di un adulto che cerca di edulcorare la vita nel raccontarla a un bambino, l’esempio più noioso e scapestrato di erudizione morale. Magda Szabò, romanziera ungherese tra le più grandi, disse che i bambini non vanno educati, ma civilizzati.
Mi piace poi che su Disney Plus le ore che possono passarci davanti i bambini siano moltissime, abbastanza da riempire uno e più lockdown; non mi scandalizzerei se una mia amica mi chiamasse e mi dicesse che mentre parla con me su Zoom, sua figlia se ne sta davanti a Topolino (ho controllato anche le puntate dedicate ai pre-schooler, quelle dove Paperina e Pluto incitano i bambini a cantare e individuare pecore e mi sono persino divertita, io che sono post-schooler, molto post).
C’è un’alleanza possibile tra genitori e figli, e la si stringe quando gli uni sono adulti e gli altri anziani. Prima, c’è una condivisione possibile, e Disney Plus mi sembra offra questo: un universo immaginato, straordinario, in cui poter stare a proprio agio indipendentemente dall’età che si ha, dai figli che si hanno o non si hanno, dalla paura che fa il mondo fuori, e dal desiderio che si ha di affrontarlo. A volte le storie si ascoltano e si guardano per dimenticarsi di avere delle responsabilità.
Da ieri poi c’è anche tutto Star Wars, per la concordia boomer/millennial.