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L’intelligenza artificiale ci interroga sul senso dell’esperienza umana. Solo domande aperte
I nodi irrisolti vanno oltre le inquietudini sull’etica. Riguardano la nostra capacità di comprendere il mondo e ciò che ci rende unici. La voce del teologo Javier María Prades
9 MAY 26

Foto di Igor Omilaev su Unsplash
Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento sull’intelligenza artificiale che Javier María Prades López, ordinario di Teologia dogmatica all’Università San Damaso di Madrid e membro della Commissione teologica internazionale, ha tenuto alla Master class per studenti universitari organizzata dalla Fondazione “Costruiamo il futuro”.
Quando ho ricevuto l’invito della fondazione Costruiamo il futuro per partecipare a questa Master class, e in particolare a questo panel sull’intelligenza artificiale, mi è venuto in mente un piccolo episodio di qualche mese fa in un convegno internazionale: c’era un top manager di una delle più grandi imprese tecnologiche mondiali che ha ascoltato le riflessioni di alcuni di noi, teologi, che presentavamo una visione antropologica. Non ha avuto da eccepire, né ha contrapposto una diversa visione dell’umano, ma ha detto: “Voi come farete ad arrivare ai centri di potere per trasmettere a quelli che contano la vostra visione dell’umano?”
Questa domanda per me è rimasta aperta. E quando ho saputo di venire a incontrarvi ho pensato che voi siete in una fase di formazione che vi porterà a occupare posti di responsabilità nelle aziende, nella pubblica amministrazione italiana, o a livello europeo e internazionale. Per questo sono stato contento di ricevere l’invito e di poter oggi condividere con voi ciò che penso come risposta a questo manager che mi è sembrato sinceramente preoccupato rispetto al problema: come ci si avvicina al rapporto fra la rivoluzione tecno-scientifica e l’esperienza umana? Ci sono diversi approcci, che cercherò di riassumere.
1. Quello più scontato, più ovvio, è quello che possiamo chiamare un approccio etico. Un atteggiamento che di fronte alle novità e ai cambiamenti velocissimi con cui la tecnologia si sta evolvendo avverte la percezione indiscutibile dei vantaggi che la tecnologia sta portando alla vita di tutti, ma a questo si accompagna un timore. Non è strano che nel dibattito pubblico ci siano posizioni di questo tipo: come si fa a rendere meno disumana e più umana la tecnologia? L’interrogativo riflette un ampio spettro di inquietudini ed è molto importante.
E’ un approccio necessario, ma a mio avviso non è sufficiente per almeno due ragioni. La prima, perché è un approccio che può sembrare estrinseco allo sviluppo della tecnica. E’ come uno sguardo portato dall’esterno, un osservatore esterno che vuole mettere i paletti allo sviluppo tecnologico e dice: di qua non puoi andare, di qua nemmeno. La seconda ragione è che proprio per questo motivo un approccio soltanto etico può sembrare negativo. Qualcuno dall’esterno, il filosofo piuttosto che l’uomo di cultura, dice quello che non si deve fare, vede i pericoli e comincia dal no. Ripeto, è necessario ma insufficiente.
Qual è il valore di questo momento etico? Sempre al convegno di cui parlavo all’inizio è intervenuto un neurobiologo di una università americana, il quale ha detto di un’importante e recente scoperta nel campo della biotecnologia e, raccontando di un esperimento che sembrava letteralmente impossibile solo dieci anni fa, ha detto di aver avuto, di fronte ai risultati incredibili che stava osservando, il suo “momento Oppenheimer”, citando l’omonimo film. E precisamente l’istante in cui Oppenheimer stesso si ferma e si chiede: ma che cosa stiamo facendo? Dove stiamo andando? E’ lecito che io impegni la mia conoscenza e le mie risorse per sviluppare una tecnologia che può servire (stavano preparando la bomba atomica) a uccidere decine, centinaia di migliaia di persone?
Parimenti questo neurobiologo ci diceva che la notte del giorno in cui ha fatto questa scoperta non riusciva a dormire perché gli tornava la domanda: ma io cosa sto facendo? dove sto andando? Questo “momento Oppenheimer” emerge dall’interno della ricerca, e riapre la questione in termini più umani, perché chi fa la ricerca, fino a prova contraria, è un essere umano, cioè sono io, sei tu. Valorizzare all’interno dell’approccio etico questo momento Oppenheimer è, secondo me, molto importante.
2. Il secondo approccio lo possiamo chiamare epistemologico. Si tratta della sfida della compressione, dell’intus leggere, dell’intelligere. E ci si addentra qui in un campo sterminato: non basta cioè fare il paragone tra le potenzialità del computer quantistico e quelli della mente umana, vale a dire, il confronto tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale per vedere chi è più bravo a fare certe cose. Non si tratta solo di svegliare un interesse per le capacità tecnologiche e i ritmi acceleratissimi dell’innovazione, ma abbiamo qui l’occasione di ripensare che cosa sia l’esperienza del nostro comprendere. Cioè di che natura sia questa esperienza che tutti, in quanto esseri umani, facciamo. Tutti noi, infatti, possiamo dire: ho capito. In questo ambito pensate all’accumulazione di contributi di pensiero che c’è stata dai greci a oggi nella nostra civiltà.
Questo secondo livello epistemologico, che non è direttamente etico, ci dovrebbe aiutare a capire meglio in che cosa consiste il nostro processo di intelligenza. Fatto che è tutt’altro che ovvio, problema tutt’altro che risolto, anzi apertissimo: che cosa vuol dire che un essere umano ha capito una cosa fino in fondo?
Una questione tutt’altro che ovvia: cosa vuol dire che un essere umano ha capito qualcosa fino in fondo?
3. C’è un terzo approccio a questi problemi, per il quale uso una parola che potrebbe spaventare, l’approccio ontologico. Si tratta non soltanto della domanda su come agire, non soltanto della domanda su che cosa vuol dire comprendere, ma bisogna arrivare sino alla domanda: chi siamo noi come esseri umani? Chi sono io come essere umano? E’ una domanda che implica l’etica, implica la conoscenza, ma è un di più rispetto a etica e conoscenza, ed è una domanda irrinunciabile. Che cosa rende unico un essere umano? Che cosa rende unico te, me?
Perché è così che si arriva veramente al livello della dignità di ogni essere umano e di ciò che non è negoziabile, per usare un vecchio termine, cioè ciò che segna non solo il limite etico, ma l’indirizzo e la capacità di svolgimento delle risorse degli esseri umani anche attraverso la rivoluzione tecnologica.
Conviene cogliere la differenza tra questi tre approcci e inseguirli insieme. Non puoi usarne uno e dimenticarti gli altri due. La scansione del problema è completa quando comprende tutte e tre le dimensioni.
Dal gnothi seauton dei greci, “conosci te stesso”, al salmo 8 della Bibbia che domanda a Dio: “Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi?”. Dal versante della letteratura a quello della filosofia greca e da tutte le filosofie e religioni del mondo si ripropone costantemente la questione di sapere chi siamo noi.
B. A questo riguardo la questione interessante è che dobbiamo riscoprire ciò che pensavamo già di sapere. Non è che l’umano è già risaputo e adesso ci affascina il tecnologico; il fascino della rivoluzione tecnologica e dell’innovazione scientifica sta nell’accorgersi che io devo riscoprire ciò che pensavo di sapere già, ed è questo che segna la differenza fra il vecchio e il nuovo, fra colui che è vecchio e il giovane. Si può consultare l’anagrafe, ma si può essere vecchi a ventitré anni, cioè quasi morti, e invece averne settanta ed essere svegli, vivi, proprio perché a settant’anni non dai per scontato ciò che sei, ciò che pensavi di sapere. Negli anni Cinquanta del secolo scorso un grande pensatore tedesco, Martin Heidegger diceva che nessuna epoca aveva saputo tante e così diverse cose sull’essere umano come l’attuale, ma anche che neppure nessuna epoca come l’attuale aveva saputo meno che cosa sia l’umano. E’ un paradosso questa tensione che fa convivere la conoscenza incredibile che stiamo acquistando su tanti fronti e il fatto, allo stesso tempo, che rimane irrisolto il problema di chi siamo. Non perché sbagliamo, ma perché è così delle ricchezze inesauribili dell’esperienza umana.
Noi pensavamo di sapere, infatti sappiamo tante cose sulla vita umana. E’ vero. Ma non può diventare un possesso che ci ferma: ho già capito, so tutto, mi manca solo l’aggiornamento tecnico. Questo sarebbe il nostro grande errore. L’oggi, uso un’altra parola greca, costituisce un kairos, un’occasione favorevole per noi per portare avanti l’idea di Heidegger: sappiamo tante cose e allo stesso tempo ci manca tanto per rispondere alla domanda su chi siamo. E se incrociamo i dati sullo sviluppo tecno-scientifico e quelli sulla ricerca del senso della vita dei ragazzi, vi assicuro che la cosa non è così ovvia. Perché quest’epoca che ha capito tanto si porta addosso infiniti episodi di non senso del vivere. L’accumulo tecnologico e scientifico non può bastare.
Non è strano che quando Papa Leone ha detto perché sceglieva questo nome abbia fatto subito cenno alla rivoluzione digitale e al bisogno che ne sottende, cioè che l’innovazione porta molti a riflettere su che cosa significa essere umani e sul ruolo dell’umanità nel mondo. Ma non è solo una questione di preti, se leggete anche talune recensioni su Science o su Nature, è una domanda di serietà che è viva ovunque (come testimonia il manager della Silicon Valley da cui sono partito) e che comprende i tre livelli di cui parlavo. E’ la riapertura della questione: io come singolo sono molto di più di un cervello meno potente del computer; la mia intelligenza è un’intelligenza in un corpo, è un’intelligenza legata all’esperienza integrale della vita umana. E’ questa coscienza che va riscoperta. Si sta lavorando molto a tutti i livelli per non restare intrappolati in un certo razionalismo che ha contraddistinto un’epoca della cultura europea e che ha ceduto all’idea che io sono una sorta di res cogitans che si può isolare e che si deve isolare dalla sensibilità, dall’affettività, dall’emozione. Invece va ripensata l’integralità del fenomeno dell’intelligere legato alla totalità dell’esperienza umana. Il mio cervello è parte della mia umanità integrale che vive sempre in un rapporto intersoggettivo – e potremmo al proposito indagare le sfide che la rivoluzione tecno-scientifica pone alle dimensioni intersoggettive, interumane, nella concezione della vita.
C. Faccio un ultimo passaggio: non si può descrivere l’essere umano senza rispettare il suo carattere di mistero. Il nostro essere mistero è il nostro essere inesauribili, inesauribili come essere individuali e come umanità. Ed è un riflesso del Mistero con maiuscola che è Dio. Pensare l’umano a prescindere dalla sua dimensione inesauribile, pensare cioè che abbiamo capito tutto, ci porta a un’ultima incomprensione: se sappiamo tutto, se la tecnologia già risponde e risponderà sempre meglio a ogni problema, perché i conti non tornano?
È un errore pensare l’umano a prescindere dalla sua dimensione inesauribile, dal suo carattere di mistero
Spero abbiate visto il film “Barbie” che è un film intelligente. Noi spesso pensiamo che il nostro mondo ideale sarebbe il mondo di Barbie, dove non ci sono domande, dove tutto è risolto, dove non ci sono problemi. Il mondo delle bambole, lei carinissima e il partner, Ken, perfetto. Tutto a posto finché qualcosa disturba il mondo perfetto: l’umano. L’umano viene a disturbare la perfezione dei giocattoli. L’umano introduce uno strano disordine nella perfezione perché l’umano non chiude mai, perché l’umano porta sempre più in là, perché l’umano non è Barbie e non è Ken, l’umano è portatore di uno stranissimo desiderio di andare più in là che mette sottosopra ogni ordine fabbricato a misura. A misura di cosa? Non a misura d’uomo, a misura di potere. Chi, infatti, perde il controllo nel film? I capi dell’azienda che vedono l’affare rovinarsi. Perché se questa bambola non è più la Barbie perfetta l’affare salta. E, se l’avete visto il film, ricorderete Billie Eilish che nel film canta “What was I made for?” Questa potrebbe essere una domanda classica anche negli esercizi spirituali, e oggi te la trovi nei film: ma io per che cosa sono stata fatta? Ecco, la rivoluzione tecnologica è un’opportunità incredibile di porci ancora noi questa domanda, io come voglio vivere? Che uno sia manager, politico, imprenditore, scienziato, quale che sia la sua responsabilità, trattare l’altro da essere umano, trattare sé stesso da essere umano, vuol dire rispettare questa condizione misteriosa e intraprendere la più affascinante avventura. Finché la tecno-scienza si tiene dentro lo spazio di una attività strumentale è sicuramente è un’enorme risorsa come si è visto, ad esempio, negli anni del Covid, quando la capacità di comunicazione e le nuove tecnologie hanno veramente dato un contributo molto positivo a situazioni di bisogno, di vulnerabilità e di fragilità che la pandemia aveva provocato. Il suo contributo è di grande valore se rimane uno strumento in mano a qualcuno che lo guida. Il punto interrogativo compare quando in tanti iniziano a dire che la rivoluzione digitale non è più soltanto uno strumento, ma crea l’ambiente in cui si abita, ti circonda in un modo molto pervasivo. Uno strumento è possibile usarlo bene, una sostituzione dell’umano è inaccettabile.