L'AI che può leggere i pensieri preconsci

Cosa può accadere quando il cosiddetto rumore neurale di fondo, ancora non specifico, viene letto e interpretato da un dispositivo dotato di intelligenza artificiale? La risposta probabilmente è: dipende, soprattutto considerando i motivi per i quali lo si utilizza

23 MAG 26
Immagine di L'AI che può leggere i pensieri preconsci

Foto Pixabay

La newsletter di Nature ha pubblicato qualche tempo fa un articolo intitolato “I dispositivi che leggono la mente (tramite AI, nda) ora possono prevedere i pensieri preconsci: è il momento di preoccuparsi?” Ma cosa sono i pensieri preconsci ed è davvero possibile leggerli tramite dispositivi basati sull’AI? Vediamo.
Nel 1983, i risultati di un importante studio di Benjamin Libet misero in dubbio l’esistenza del libero arbitrio. Per quanto l’ipotesi sembrasse azzardata, si basava su dati concreti. Infatti, Libet utilizzò un elettroencefalogramma per misurare l’attività elettrica nella parte di cervello che si occupa di mediare il movimento, scoprendo che si manifestava poco prima rispetto a quando i partecipanti decidevano di muovere un polso o una mano. Dai risultati emerse, dunque, che la scelta di muoversi veniva presa perché il cervello si era già attivato in quel senso. Sebbene questo lavoro rimanga un caposaldo degli studi sulla volontà, la portata dei suoi risultati nel dibattito sul libero arbitrio è stata riformulata. Una delle critiche sostiene che l’attività cerebrale registrata da Libet non conteneva già in sé la volontà di muoversi, ma solo un’attivazione preparatoria in vista di una possibile azione. Del resto, oggi sappiamo che nel cervello esiste una massiccia attività che rimane silente, preconscia. Ciò significa che quando diventiamo consapevoli di qualcosa, rimaniamo però all’oscuro di tutto il lavoro che il cervello ha svolto per condurci fino a quel punto. Ed è bene così, dato che essere consapevoli di tutto il lavoro sottotraccia sarebbe insostenibile.
Ma eccoci tornati alla domanda iniziale: cosa può accadere quando il cosiddetto rumore neurale di fondo, ancora non specifico, viene letto e interpretato da un dispositivo dotato di AI? La risposta probabilmente è: dipende, soprattutto considerando i motivi per i quali lo si utilizza. Di certo, però, sembra proprio di affacciarsi su un balcone con vista sul futuro.
I dispositivi dei quali parla l’articolo di Nature sono i cosiddetti Brain-Computer Interface (Bci), cioè tecnologie in grado di collegare il sistema nervoso all’ambiente esterno, permettendo, ad esempio, a persone che non possono muoversi di controllare bracci robotici o generatori di voce sintetica. Questi dispositivi possono essere sia esterni – come visori che rilevano i movimenti oculari – sia interni, cioè impiantati nel cervello o nelle sue immediate vicinanze. Per entrambe le modalità di registrazione, i dispositivi Bci basati su AI, se addestrati con migliaia di ore di dati neurali di molte persone, sono in grado di decodificare l’attività cerebrale, contribuendo a trasformare segnali provenienti da sistemi di registrazione non ottimali in dati affidabili.
Un’altra grande differenza riguarda i dispositivi Bci utilizzati a scopo clinico o di consumo. Se i primi “sono regolati da normative mediche e da tutele sulla privacy, il settore delle tecnologie Bci di consumo ha una supervisione legale molto limitata”. E’ lecito chiedersi, dunque, cosa accade quando un’azienda detiene i dati neurali di coloro che utilizzano i suoi prodotti. Infatti, la possibilità che questi dispositivi registrino e interpretino l’attività mentale preconscia pare essere tutt’altro che ipotetica. Da studi ancora non pubblicati risulta che riconoscono quando “la persona ha commesso un errore leggermente prima che la persona stessa ne sia consapevole”. Proprio come nell’esperimento di Libet, oggi quella stessa attività può essere non solo registrata ma anche interpretata dai dispositivi che utilizzano le AI. Se questa possibilità è utile per limitare gli errori di coloro che li utilizzano per muoversi o parlare, la stessa certezza non si può avere per coloro che li usano con altri scopi.
Stando a quanto affermano Thomas Oxley e Matt Angle – rispettivamente ceo di Synchron e di Paradromics – il sistema potrebbe anticipare la scelta in caso di segnale debole o ambiguo, migliorando la velocità delle prestazioni dell’utente. Ma così facendo, si domanda Angle, “le persone sentiranno che l’azione è disincarnata, oppure inizieranno semplicemente a sentire che era ciò che volevano fin dall’inizio?” Bella domanda.
Se fino a oggi abbiamo pensato che i rischi per la nostra privacy derivassero dall’uso dei social o dall’utilizzo di Internet, la prospettiva futura riguardo alla protezione dei dati personali sembra farsi ancora più complessa. Infatti, con l’avanzare delle neurotecnologie e con l’affermarsi delle AI, il panorama pare assumere, a seconda dei casi, tinte distopiche o luminose, non solo per quanto riguarda la privacy. Però, spaventarsi di fronte alle conquiste scientifiche negandone il potenziale appare poco utile. A noi, in fondo, spetta rimanere lucidi, dibattere e normare tutto ciò che di volta in volta il nostro cervello ci porta a scoprire. Del resto, abbiamo ancora il libero arbitrio per farlo.