il caso
Emma, l'AI "sovrana" di Egomnia che ha fatto ridere (e riflettere) la tech italiana
Presentare un tale modello come se potesse redimerci dal dominio americano ha generato un'aspettativa che il prodotto non poteva reggere. Ma la reazione della comunità tech italiana rivela il riflesso pavloviano di un mondo che, incapace di produrre alternativa, si consola ridendo dei fallimenti altrui

Emma, il nuovo chatbot AI di Egomnia, la nota azienda di Matteo Achilli noto un decennio fa come "il Mark Zuckerberg italiano" – quando ancora questo valeva come un complimento – si è presentata qualche giorno fa al mondo mostrano limiti imbarazzanti. Gli errori grossolani che ridefiniscono il concetto stesso di "allucinazioni", anche sugli argomenti più semplici e banali (“pesa di più un chilo di piombo o di piume? Di piombo, ovviamente”), hanno regalato giorni di ilarità alla comunità tech italiana.
Il fenomeno ha una spiegazione tecnica precisa. Emma-5, il modello di punta della famiglia, conta 550,4 milioni di parametri e una finestra di contesto di appena 2.048 token. Per avere un riferimento: gli small language model moderni partono in genere da 1,5 miliardi di parametri, i modelli di frontiera lavorano su scale enormemente superiori. I parametri definiscono quanto spazio ha il modello per rappresentare lingua, relazioni tra concetti e conoscenza del mondo. Una taglia così contenuta può produrre strumenti leggeri e specializzati, ma non un assistente generalista robusto. Quando si chiede a Emma-5 quante "r" ci siano nella parola "giallo", il modello non risponde "nessuna": tira a indovinare, restituendo spesso una frase priva di senso. La causa non è un'allucinazione nel senso tecnico (una confabulazione plausibile su un fatto falso), ma qualcosa di più elementare: un numero di parametri insufficiente per gestire compiti che sembrano banali ma richiedono conteggio, autocorrezione e buon senso procedurale. Presentare un tale modello con il lessico della sovranità tecnologica, infrastruttura critica e redenzione dal dominio americano ha generato un'aspettativa che il prodotto non poteva reggere. Achilli stesso, incalzato sui social, ha scritto: "Ha pochi gigabyte di dataset e parametri", avvertendo forse un po' tardivamente i propri utenti.
Il caso è complicato dalla lunga biografia pubblica di Achilli, e in particolare dalla fama indotta da un film (“The Startup”, regia di Alessandro D'Alatri, 2017) con Andrea Arcangeli e dai numeri reali di Egomnia, oggi quotata su Euronext Growth Milan con una capitalizzazione molto contenuta, attorno ai 2,3 milioni di euro (Achilli detiene il 91 per cento delle quote). Questo precedente pesa sul giudizio del pubblico ancor prima della qualità tecnica del prodotto.
La reazione al caso Emma rivela però qualcosa di più peculiare dell’ecosistema degli startupper italiani: il riflesso pavloviano di un mondo che, incapace di produrre alternativa, si consola esercitando la più classica delle schadenfreude, ridendo dei fallimenti altrui, ancor meglio se l’obiettivo è poi qualcuno che ha ricevuto troppa visibilità, e quindi di certo immeritata. Il "mal comune mezzo gaudio", però, non ha mai fondato un'industria. Mentre le chat dei professionisti italiani si riempivano di screenshot e battute, l'Italia continuava a occupare il 43° posto nell'Ibei 2026, l'indice globale che misura le condizioni strutturali per l'imprenditoria innovativa. Il 76 per cento delle pmi italiane non ha investito né prevede di investire nell'intelligenza artificiale. Il 47 per cento non ha svolto attività di ricerca e sviluppo negli ultimi tre anni. L'unico polo tecnologico visibile a livello internazionale è Milano: Roma, capitale della terza economia dell'Unione europea, non compare nella mappa delle unicorn cities europee, dove figurano invece Atene, Sofia e Vilnius.
In questo quadro, Emma è un prodotto ambizioso nelle intenzioni e magari inadeguato nella costruzione e nella comunicazione, costruito in un paese che sa regolamentare l'intelligenza artificiale meglio di quanto sappia produrla, e che preferisce ironizzare invece che ignorare e provare a costruire un’alternativa più solida. Il prossimo “Mark Zuckerberg italiano”, insomma, di sicuro farà fatica anche solo a nascere.