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Una fogliata di libri

Il cielo e la terra

Brucia nelle mani come il fuoco. Una lettura che è un invito a desiderare l’Assoluto, volendo tutto. Un’accusa alla tiepidezza. Rovescia i canoni. Peccato originale, redenzione, santità. Chi oserebbe oggi scrivere un romanzo su questi temi? Carlo Coccioli! Che, appunto, è morto nel 2003, e Il cielo e la terra lo pubblicò per Vallecchi nel 1950. Eppure, non si può leggere questa storia senza essere catturati dalla sua attualità, ovvero da quel gusto che hanno le cose eterne, capaci di ripetersi in ogni tempo. Perché qui non c’è solo la vita di un prete “in odore” di santità, invero un po’ orgoglioso, spedito a fare il parroco in un paesino di montagna, Chiarotorre, affinché comprenda che per portare validamente la croce non occorre andare ai confini del mondo. No, qui è chiamata in causa la vita di tutti noi, con i suoi interrogativi laceranti. Fino a che punto uno è se stesso e non anche un altro? Che diritto ha Dio di ingerirsi nell’esistenza dell’uomo, se poi persiste il dramma della sofferenza inconoscibile? Il male è solo malvagità umana o è anche dominio di Satana? Che risposta diamo di fronte alla nostra insufficienza? È per questo che nel filo della narrazione entra l’umanità intera: nobili e contadini, sacerdoti e combattenti (siamo tra il 1927 e il 1943), giovani e vecchi. Tutti inscindibilmente legati a una persona, don Ardito Piccardi, con la quale – per caso o provvidenza – sono venuti in contatto. Tre su tutti: il maestro Belli, marxista che si converte grazie a lui; il ragazzo di buona famiglia, Alberto Ortognati, omosessuale, che a causa sua (o questo è ciò che penserà il don) si suicida, incapace di sostenere la propria condizione di fronte alla Parola; il piccolo paralitico Gustavino, miracolato proprio dal prete “santo”. L’unico col coraggio di portare “ogni cosa alle conseguenze estreme”, in grado di “esprimere una verità”. Un fiume in piena, Coccioli. Esperto di oriente e letterature camito-semitiche, omosessuale, cattolico tormentato, convertito all’ebraismo e infine al buddismo. Un autore che si può amare od odiare, non ignorare. Come invece ha fatto per lunghi tratti l’Italia – da cui egli, livornese di nascita, si allontanò negli anni Cinquanta per riparare a Città del Messico – riesumandolo di tanto in tanto, qua e là, pur senza la giusta convinzione. Perché Coccioli è scandaloso. Con la sua scrittura febbrile; con i suoi temi sempre fuori quota: Fabrizio Lupo (1952), Uomini in fuga (1972). Onore, dunque, a Lindau che sta ripubblicando volumi scomparsi addirittura dai negozi online. Come Il cielo e la terra, appunto, romanzo religioso nel senso più ampio, per cui si sono sprecati i paragoni: Bernanos, Mauriac. La verità è che Coccioli fu – ed è – solo se stesso. Come ogni fuoriclasse che si rispetti. Ardendo nella ricerca di un senso. Come il protagonista don Ardito: pastore d’anime araldo contro Satana; posseduto non appena cede alla logica dei salotti à la page (già allora!); salvato dal desiderio di tornare a riconoscere Dio in ogni persona. Nell’unico modo possibile: amando. Senza rinunciare a nulla di quel che è nell’essere umano. Questo è portare la luce. IL CIELO E LA TERRA Carlo Coccioli, Lindau, 400 pp., 24 euro
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Quattro capanne (o della semplicità)

Si intitola Quattro Capanne (o della semplicità) il nuovo saggio, pubblicato da Nottetempo, di Leonardo Caffo, all’interno del quale il giovane filosofo teorizza un nuovo modo di vita possibile, raccontando le storie di quattro uomini “molto diversi tra loro, per formazione e aspettative, che decidono il loro buen retiro in modo estremamente simile”. Sono un pensatore-scrittore con la passione per la natura, un folle terrorista ed ex professore a Berkeley, uno dei più grandi architetti di tutti i tempi e un filosofo anticonformista. Quattro capanne appunto, “quattro architetture semplici, somiglianti e isolate, in cui il mondo viene messo tra parentesi”. La prima ospiterà due anni di vita di Henry David Thoreau. La seconda sarà la dimora del matematico Theodore Kaczynski, finché non verrà arrestato come terrorista con il nome di Unabomber. La terza sarà la residenza finale di Charles-Edouard Jeanneret-Gris, conosciuto semplicemente come Le Corbusier, e la quarta sarà la casa norvegese di Ludwig Wittgenstein. Sovvertendo tutti i cliché che vedono nella fuga in oriente l’unica scelta praticabile per provare a condurre una vita alternativa, ci verranno raccontate quattro storie occidentalissime, estremamente radicali e straordinariamente efficaci. “Dico cliché perché questo, in realtà, è un mondo che non esiste più”, scrive Caffo nell’introduzione del libro: “Ricordo i monaci birmani, nelle meravigliose zone del lago Inle al nord del paese, giocare con i loro iPhone e postare dei selfie su Instagram fingendo di meditare”. Attraverso un percorso piuttosto complesso che mischia filosofia e architettura, Caffo illustrerà come le esperienze dei nostri quattro affezionati siano metafore di esistenze possibili. La storia di Le Corbusier, nello specifico, è particolarmente interessante. “Le Corbusier è la capanna definitiva”, spiega Caffo, “la sua vita è già trascorsa, il suo metodo già esplorato fino all’esaurimento e, anche se sembra difficile capirlo, le preoccupazioni degli anziani non sono più quelle degli umani; sono le preoccupazioni delle foglie, dei fiori, delle cose fragili”. Ed è per questo che all’età di settantaquattro anni la sua scelta di trasferirsi in un cubo di legno in Costa Azzurra, su una scogliera a picco sul mare, di “stravagante comfort e gentilezza”, è molto diversa, per esempio, dalla decisione di andare a vivere nei boschi di Thoreau o di Kaczynski, che di anni ne avevano ventotto. Le Corbusier inoltre annegò, in seguito a una crisi cardiaca, proprio nel mare che poteva osservare dalla sua finestra. “La capanna di Le Corbusier è dunque un paradosso, è messa in crisi dalla sua stessa esistenza, scompare tra gli alberi e il mare, come la vita stessa dell’architetto morente che nuota; non c’è distinzione tra il nido e la legna, tra le gambe e una radice, l’essere torna a sfumare verso la sua direzione unitaria che la filosofia delle origini aveva tanto cercato prima delle grandi divisioni”. Un libro prezioso, da non perdere. QUATTRO CAPANNE (O DELLA SEMPLICITÀ Leonardo Caffo Nottetempo, 256 pp., 18 euro
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