Come no, sicuro, è andata così. Una salva di razzi, o forse di proiettili di mortaio, è volata alta nel cielo di giugno di Sana’a e poi è piombata verso terra ad arco, seguendo una parabola impossibile, fino a centrare durante la preghiera del venerdì, appena prima dell’ora di pranzo, la piccola moschea nel cuore del compound presidenziale del despota yemenita Ali Abdullah Saleh. Sette guardie del corpo uccise all’istante, primo ministro e un ministro in condizioni disperate e il presidentissimo soltanto “ferito leggermente”. Leggi Tutto l’amore e la violenza del clan siriano degli Assad di Paola Peduzzi