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Cosa c'è dietro il rialzo a sorpresa della produzione industriale
L'Istat segnala uno 0,7 in più a marzo (il primo mese post-Hormuz) con la chimica che va decisamente male e la “piccola primavera” delle vendite di auto. Il peso delle scorte e la crescita che manca
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12 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:20 PM

Foto ANSA
Uno 0,7 in più di produzione industriale mese su mese di questi tempi fa notizia in Italia. Il dato di fonte Istat riguarda il mese di marzo, il primo post-Hormuz, ed è quindi particolarmente intrigante. Va aggiunto, come avvenuto in tantissimi altri casi, che anche oggi gli analisti sono stati presi di sorpresa. I più ottimisti tra loro scommettevano su un +0,2 per cento, altri prevedevano addirittura un risultato negativo. Ad aggiungere sale alla riflessione sull’imprevisto 0,7 sta la prossimità dell’annuncio-shock della svedese Electrolux di voler ridurre del 40 per cento (ben 1.700 persone) la forza lavoro impiegata negli storici stabilimenti italiani per lo più localizzati a Nord Est. La multinazionale scandinava in passato era stata indicata dagli stessi sindacati come un modello per le politiche di innovazione e di cura delle relazioni industriali, e per questi motivi contrapposta alle scelte di mala ristrutturazione di Haier, Whirlpool e Beko. Di conseguenza lo schiaffo dato ai confederali è stato più sonoro e ripreso, infatti, con grande spazio anche dalla stampa generalista. Andiamo però con ordine e cerchiamo di spiegare il dato Istat palesemente in controtendenza: infatti non solo trimestre su trimestre la produzione industriale è pur sempre in territorio negativo (-0,2 per cento) ma risultano in calo l’occupazione (leggero), la fiducia delle imprese (pesante) e gli scambi commerciali con l’estero. Non poca cosa.
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Il comunicato ufficiale Istat riconduce il rialzo ad un deciso aumento della produzione di beni strumentali e a uno più contenuto dei beni intermedi, variazioni negative invece fanno registrare i beni di consumo e l’energia. Se scendiamo a livello di settore per una chimica che va decisamente male c’è la “piccola primavera” delle vendite di auto – registrate già negli ultimi dati Stellantis – che può vantare il maggiore incremento settoriale anno su anno (addirittura +11,2 per cento). Secondo Fedele De Novellis, partner di Ref Ricerche, il rialzo della produzione industriale è legato ai macchinari e ai mezzi di trasporto “ma anche agli investimenti pubblici per la difesa europea che stanno gradatamente entrando in circolo lungo le filiere”. Si tratta pur sempre di “un miglioramento molto circoscritto” che si unisce però alle buone performance dell’elettronica e della farmaceutica (quest’ultima quasi una costante). Le osservazioni di De Novellis, se allargate, ci permettono di fotografare con maggiore nitidezza il momento che vive l’industria italiana. E’ forse impreciso, anche dopo gli esuberi Electrolux e la persistente paralisi dell’Ilva, parlare sic et simpliciter di deindustrializzazione. Occorre distinguere. Il peso maggiore della crisi industriale è addensato attorno alla grande impresa ed alcuni settori come siderurgia ed elettrodomestici mentre le medie imprese italiane internazionalizzate, le nostre multinazionali tascabili (anche della meccanica), continuano a crescere e persino a macinare acquisizioni dirette sui mercati esteri. I nomi sono quelli di Comer, Pedrollo, Fassi, Ima e molte altre che progettano un ampliamento della loro taglia e restano pienamente competitive nonostante la Grande Incertezza che caratterizza questa stagione.
Circoscrive “l’effetto 0,7” anche l’ufficio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, che riconosce come il dato sia superiore alle attese e lo attribuisce “al tentativo delle imprese di costituire ampie scorte per far fronte a possibili problematiche di approvvigionamento, derivanti dal permanere di un sostanziale blocco dello stretto di Hormuz”. Nonostante questo “i rincari delle materie prime, nonchè l’emergere di possibili tensioni nelle catene di fornitura, non potranno non pesare sull’attività produttiva dei prossimi mesi”. Una nota positiva gli analisti di Intesa Sanpaolo però la rintracciano nella crescita della produzione di beni strumentali, “che potrebbe rappresentare un segnale di tenuta del ciclo degli investimenti anche nel difficile contesto internazionale”. La tesi di un “ristoccaggio” dei magazzini predisposto da parte delle imprese più avvedute è condivisa anche dall’economista Innocenzo Cipolletta, che la vede come conseguenza diretta del forte calo della produzione industriale dei mesi scorsi. “Non vedo però crescita dei consumi e vera ripresa”, chiosa Cipolletta, che sottolinea – come De Novellis – il ruolo determinante dell’incremento di vendite di vetture Stellantis.