Trump e Cina fanno le scarpe all’Italia. Parla Silvagni (Valleverde)

Il calzaturiero ha perso il 15 per cento di fatturato in due anni. Le merci asiatiche invadono l’Europa, il Mercosur non apre veri sbocchi e la risposta ai dazi di Trump resta debole: “Imporre tariffe sulle merci di aziende americane che provengono da paesi a basso costo”, dice il patron del gruppo

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16 MAY 26
Immagine di Trump e Cina fanno le scarpe all’Italia. Parla Silvagni (Valleverde)

Una fabbrica di scarpe a Qingdao, Cina (foto Ansa)

L’Italia sta perdendo la sua industria calzaturiera e neanche se ne rende conto. Accordi di libero scambio come quelli con l’America latina, l’Australia e l’India vanno bene per i formaggi doc e il vino, ma non per il settore manifatturiero che sta soffrendo la concorrenza dell’estremo Oriente, i dazi americani e adesso anche la guerra in Iran”. Elvio Silvagni, patron del gruppo Valleverde, riassume la sua preoccupazione in un dato: i produttori italiani di scarpe hanno perso il 15 per cento di fatturato negli ultimi due anni. “E se guardiamo la tv – dice al Foglio – ci raccontano, invece, che va tutto bene. Ma non è così, quello che si sta facendo per le imprese è troppo poco. E a pagarne le conseguenze saranno anche i consumatori perché, ad esempio, sulla collezione estiva del 2027 noi produttori saremo costretti ad applicare rincari dei prezzi del 10-20 per cento. Se questo non è ancora avvenuto è perché c’erano scorte e ordini già partiti con i vecchi listini. Ma a partire dal prossimo anno, la batosta dell’inflazione si sentirà in tutta Europa e l’Italia che ha una grande industria manifatturiera è forse il paese più esposto”.

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I segnali di un rallentamento del settore calzaturiero non sono nuovi. “La fiera che si è conclusa a febbraio a Riva del Garda è stata la peggiore degli ultimi anni e anche il Micam non è andato così bene. Le scarpe cinesi hanno praticamente invaso il mercato trovando terreno fertile nel momento in cui il carrello della spesa è diventato più caro e il minore potere d’acquisto spinge i consumatori verso scelte a più basso costo per abbigliamento e calzature”. Silvagni, in pratica, testimonia che è successo ciò che alcuni osservatori avevano previsto quando si è inasprita la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ed è cominciato il deflusso di merci asiatiche verso il continente europeo. E l’alternativa del Mercosur accontenta alcuni ma scontenta altri. “Forse – aggiunge Silvagni – quando si fanno gli accordi commerciali bisognerebbe domandarsi: quali aree del mondo possono permettersi i prodotti italiani? Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, per esempio, non comprano le nostre calzature perché sono troppo costose e preferiscono prodotti locali più a buon mercato sebbene di qualità inferiore. Certamente, da quelle parti non sanno fare il Parmigiano Reggiano e il Prosciutto di Parma e allora, però, si deve ammettere che questi accordi commerciali creano delle discriminazioni tra imprese. Sicuramente, non possono funzionare per la manifattura italiana che sta già perdendo intere filiere stretta tra la concorrenza cinese e scarsi mercati di sbocco”.
Per carattere, Silvagni è tutt’altro che pessimista. Il fatto stesso di avere rilevato dal fallimento e rilanciato un marchio storico italiano, la scelta di non abbracciare l’e-commerce prediligendo la vendita nei negozi, dimostrano una certa propensione alle sfide. Ma è vero che dalla pandemia all’invasione dell’Ucraina, dalle politiche commerciali di Trump al conflitto in Medio Oriente e alla chiusura dello Stretto di Hormuz si moltiplicano gli choc che hanno un impatto diretto sul mondo produttivo perché provocano interruzioni delle forniture e rincari delle materie prime e dell’energia. “Ma l’aspetto peggiore è che l’Europa sembra non reagire di fronte ad attacchi che sembrano avere come scopo la sua disgregazione. Trovo che la risposta alle provocazioni di Trump sia sempre molto timida”.
Che cosa propone di fare? “Da tempo suggeriamo come soluzione quella di imporre tariffe su tutte le merci di aziende americane che provengono da paesi a basso costo”. In effetti, marchi statunitensi come Nike, New Balance, Skechers arrivano direttamente in Italia e in Europa ma senza passare per gli Stati Uniti poiché vengono prodotti nei paesi asiatici. L’idea di Silvagni è che imponendo loro delle tariffe, si darebbe contemporaneamente una risposta più decisa a Trump e si favorirebbe la vendita di calzature italiane ed europee. “In generale, penso che bisognerebbe fare di più per far capire a Trump che sta sbagliando prendendo esempio dalla Cina che a Trump gli tiene testa. Personalmente, valuto l’approccio del governo italiano troppo prudente su questioni che incidono direttamente sulla capacità del paese di produrre ricchezza. Non mi sorprenderebbe se alla fine di quest’anno la crescita economica non arrivasse neanche allo 0,4 o 0,5 per cento, come le ultime stime, ma fosse pari a zero e questo nonostante l’aiuto del Pnrr. Che cosa stiamo aspettando per agire?”.

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