Economia
Capitani, eroi, traditori •
Vincitori e vinti nel romanzo della finanza italiana
Le spoglie della banca più antica d’Italia divise in due. Luigi Lovaglio, che di Monte Paschi aveva guidato l’insperata rinascita, ora vuole una rivincita. Illusioni perdute, tentate alleanze, vecchi e nuovi padroni, cacciatori e prede. Un intero sistema bancario ridisegnato, una mossa dopo l’altra. Più che un risiko, un feuilleton
20 GIU 26

Luigi Lovaglio arriva nel 2022, con il governo Draghi, dopo una carriera tutta nelle banche (foto Getty)
Lo si chiama risiko, ma quel che sta accadendo andrebbe raccontato con la penna di un romanziere. Dal novembre 2024 il mondo bancario viene messo sossopra: il Banco Bpm compra Anima (risparmio gestito); il Tesoro vende il 15 per cento del Montepaschi che a sua volta punta alla Mediobanca la quale per difendersi vuole la banca delle Assicurazioni Generali; la Unicredit lancia un’offerta su Bpm mentre Biper si prende la Banca di Sondrio. Con gli occhi di oggi è come se tutti stessero caricando le batterie per la salva finale, quella di IntesaSanpaolo. Si sono incrociati i sentieri di importanti esponenti della finanza italiana e francese, un ministro, un potente manager e un ancor più potente industriale. Tra i molti angoli dai quali si vuol partire (il mercato, lo stato, gli affari, la politica), abbiamo scelto quello dei protagonisti principali: il capitale umano è pur sempre il capitale più importante. Potremmo dividere vinti e vincitori, ma tutto è ancora in divenire. Vogliamo cominciare, dunque, dalle illusioni perdute, e pochi hanno perduto le proprie illusioni come Luigi Lovaglio. Per lui bisogna evocare Jorge Luis Borges e il racconto intitolato “Il tema del traditore e dell’eroe”. Perché la storia, diceva lo scrittore argentino, è un grande intreccio, se non proprio una finzione narrativa (il racconto fa parte della raccolta intitolata “Finzioni”). Risanatore, eroe, traditore, mentre in una calda domenica di giugno gli è stato cancellato sotto il naso il Monte dei Paschi di Siena che aveva portato all’insperata rinascita. Le spoglie della banca più antica d’Italia saranno divise in due, la prima nelle mani di Intesa, la seconda in quelle dell’Unipol (la compagnia che assicurava le auto delle cooperative rosse diventata uno dei primi gruppi finanziari del Bel Paese) la quale girerà il tutto alla sua Banca popolare dell’Emilia Romagna (Bper). Il nuovo aggregato finanziario verrebbe nominato Banca Monte dei Paschi, senza più Siena. Nato nel 1472 sotto forma di Monte di pietà a disposizione dei pastori, fino a poche settimane fa sembrava che difenderlo fosse una priorità nazionale. Ma nulla è mai come sembra.
Il Monte dei Pascoli
Così era chiamato, paschi è l’antica versione toscana di pascoli sui quali molti hanno svernato, dai piccoli clienti locali alla squadra di basket, mentre la gestione dell’esattoria romana aveva dato a lungo un sicuro alimento. Per salvare il Monte dal crac del 2011 sono stati impiegati oltre 20 miliardi di euro, più di quanto sia costata l’Alitalia, e se risaliamo alle capitalizzazioni sostenute dai governi dal 2008 con i Tremonti bond in poi, arriviamo a 30 miliardi, secondo il centro studi di Unimpresa, che calcola anche i 4 e rotti miliardi messi da azionisti e creditori. Nel 2012 sono arrivati i cosiddetti Monti bond, garantiti dallo stato, ma comunque un prestito oneroso pari a 3,9 miliardi di euro, poi è stato tutto un intervenire per turare le falle, finché nel 2017 la banca è stata nazionalizzata da Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia del governo guidato da Paolo Gentiloni. Si trattava di 5,4 miliardi per una ricapitalizzazione “precauzionale e temporanea”, aggettivi farisaici fondamentali per impedire che la Ue bloccasse l’operazione perché rappresentava un aiuto di Stato. L’ultima iniezione di denaro tocca a Giorgia Meloni nel novembre 2022 (appena arrivata al governo): 1,6 miliardi che servono soprattutto per pagare l’uscita di quattromila dipendenti. In tutto, il Tesoro ha speso circa 12 miliardi di euro, in parte recuperati quando le azioni sono risalite.
Sulla sorte del Monte si sono giocate molte partite. Nell’estate del 2005, la banca sta per finire alla “finanza rossa” con in testa l’Unipol (“Abbiamo una banca”, si lascia sfuggire al telefono Piero Fassino, eppure era evidente che fosse intercettato). A Siena però hanno ben altre idee. Tra il 2006 e 2007, il matrimonio tra Intesa e San Paolo seguito da quello tra Unicredit e Capitalia, fa nascere i due “campioni nazionali” che ancor oggi competono per il primato nel girone italiano del mercato europeo. E Siena rimane all’asciutto? Non sia mai. C’è l’Antonveneta, palleggiata tra gli olandesi della Abn e gli spagnoli del Banco Santander. Il Montepaschi la compra strapagandola (nove miliardi di euro) e finendo in una spirale di derivati e altre diavolerie finanziarie finché le magagne non vengono scoperte e si arriva al crac del 2011. I vari tentativi di risanare i conti riescono solo in parte, troppi sono i prestiti che non potranno mai essere restituiti, vuoi per la crisi del debito sovrano che rischia di far fallire lo stato italiano, vuoi per il labirintico intreccio di favori e clientele, soprattutto locali.
I vertici del Monte cambiano in continuazione finché nel febbraio 2022, con il governo Draghi, arriva Luigi Lovaglio, nato a Potenza nel 1955, una carriera tutta nelle banche. Nel 1973 entra all’Unicredit, allora Credito Italiano, dove arriva a guidare la controllata banca bulgara e poi quella polacca. Da Varsavia a Sondrio la strada è lunga, ma al Credito Valtellinese Lovaglio dà prova di risanatore e anche per questo viene scelto: nella speranza di dare una sterzata a Mps. Quando s’insedia dichiara di voler ricostruire “una banca commerciale chiara e semplice”. Tra il dire e il fare c’è di mezzo la hybris. Grazie ai tagli dei costi e dei dipendenti (le spese per il personale calano del 20 per cento in un anno), favorito dall’aumento dei tassi d’interesse, il bilancio della banca senese migliora, arriva persino un utile e l’appetito vien mangiando. Lovaglio doveva privatizzare (il Tesoro possedeva il 64 per cento del capitale) rispettando così l’impegno preso con la Ue. Anche Giancarlo Giorgetti, che nel frattempo aveva preso in mano il Tesoro, era d’accordo. Ma che si fa, si vende a pioggia sul mercato? Non sia mai. E qui comincia la danza.
Nel giugno 2024 il ministro dell’Economia, rispondendo ai giornalisti, annuncia una “importante operazione industriale”, dunque non una svendita per ottenere una manciata di miliardi. L’affermazione solleva curiosità, poi resta appesa fino al 13 novembre, quando il Tesoro vende parte della sua quota ad alcuni pretendenti “selezionati”: Francesco Gaetano Caltagirone, la Delfin finanziaria della famiglia Del Vecchio guidata da Francesco Milleri, il Banco Bpm e la sua Anima. E’ solo l’inizio, perché Lovaglio parte per il suo “assalto al cielo”: la conquista della Mediobanca che gli riesce in pieno. Davide contro Golia? Se prendiamo i valori di borsa gioca nel campionato dei 20 miliardi: Mps vale circa 26 miliardi di euro, Mediobanca 21, Bper 18 miliardi, Bpm 22 miliardi. E’ lunga la strada per salire in alto, là dove competono Unicredit con 119 miliardi e Intesa 105 miliardi, mentre Generali, se ben sostenuta, potrebbe valere più dei 55 miliardi attuali.
Il piccolo banchiere lucano realizza comunque un colpo da maestro. Non resta che ringraziarlo, ma le cose si mettono male. Lovaglio vuol comandare, il suo piano prevede di fondere dentro Mps la banca d’affari con tutto quel che ha, in primo luogo il 13 per cento delle Assicurazioni Generali. Caltagirone non è d’accordo, è azionista di Mediobanca e anche delle Generali, tra lui e Milleri si manifestano le prime incrinature. Il nuovo consiglio di amministrazione mette in minoranza proprio Lovaglio che riceve il benservito, ma non si dà per vinto. Sostenuto da un piccolo azionista, Pier Luigi Tortora, si rivolge ai fondi d’investimento che sono azionisti importanti e lo sostengono. La Delfin cambia cavallo e lascia Caltagirone, lo stesso fa la Bpm. Il ribaltone viene ribaltato. L’eroe, diventato traditore agli occhi di chi lo ha sfiduciato, torna vincitore, come nel più classico libretto d’opera. Ma i suoi azionisti sono divisi e non può finire così. Lunedì 8 giugno Intesa annuncia la sua offerta pubblica di acquisto e scambio: vuole tutto il boccone, Mps, Mediobanca e ovviamente il pacchetto numero uno delle Generali.
Lovaglio scopre che gli avevano scavato la terra sotto i piedi, grazie al motto che Enrico Cuccia soleva citare: vale sempre l’articolo quinto, chi ha i soldi ha vinto. E i soldi, ben 30,5 miliardi con un premio del 12 per cento per gli azionisti, ce l’ha la banca più grande che si mangia quella più piccola, cioè Intesa Sanpaolo, fondata da Giovanni Bazoli, consolidata da Giuseppe Guzzetti (i cavalieri bianchi del sistema bancario italiano, non solo per la metafora finanziaria, ma anche perché esponenti del mondo cattolico-popolare), guidata da Carlo Messina. La partita non è finita, Lovaglio spera di ripetere la rimonta, ma è difficile credere che l’offerta di Intesa venga respinta per affidarsi a cervellotiche combinazioni. Lo stesso campo da gioco è cambiato in modo radicale e adesso la posta è il Leone di Trieste. Vedremo cosa accadrà nelle prossime puntate, che vedono altri prim’attori diventati comprimari. Tra questi c’è Castagna che, come ha detto maliziosamente Messina, ha inviato una “lettera d’amore” a Lovaglio.
La Banca padana
Saltando di metafora in metafora si è detto che la preda vuol diventare cacciatore. La preda è il Banco Bpm insidiato dall’Unicredit e salvato dal Giancarlo Giorgetti con un uso sbarazzino del golden power (improprio secondo l’Unione europea); il cacciatore vorrebbe essere Giuseppe Castagna, l’amministratore delegato il quale ha proposto a Lovaglio un “matrimonio tra eguali” per sottrarre il Montepaschi agli appetiti dei più grandi e dar vita a quel terzo polo che come l’araba fenice di Metastasio “che vi sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa”. Sottratta alle mire di Andrea Orcel, anche quella che è stata definita “banca padana”, è riuscita a sfuggire alla sorte di Mps, ma è finita nell’angolo dove l’aspettavano le robuste braccia dei paysan che hanno dato vita al Crédit Agricole, nato cooperativa e diventato tra i primi in Europa, come non è riuscito finora a nessuna delle popolari italiane diventate società per azioni con la riforma del governo Renzi.
Nonostante il sostegno politico, Castagna è stato emarginato. Sarebbe ingeneroso descrivere un serio e onesto banchiere come una sorta di marionetta guidata dal governo – anzi dalla Lega, visto il baccano sollevato da Matteo Salvini quando lo sparviero straniero (alias Orcel) si era avventato sulle sue spoglie. Tuttavia è vero che la Lega ha sempre avuto un’attenzione speciale verso la Bpm a lungo democristiana, guidata da un politico e banchiere di vaglia come Roberto Mazzotta. Una ragione obbiettiva è perché è stata il salvadanaio della piccola e piccolissima borghesia meneghina, anche se la Cariplo, ex Cassa di risparmio delle province lombarde, diventata il nocciolo duro di Intesa, era inarrivabile. Un altro motivo è legato a come la popolare è diventata Banco Bpm, inglobando una serie di istituti di credito più piccoli, tra i quali la Popolare di Lodi che si era distinta per aver preso in carico il Credieuronord, la banca leghista nata nel 1998 e fallita nel 2003, lasciando un buco di 13 milioni di euro. Dunque, c’era della riconoscenza da parte della Lega nel suo schieramento pro Bpm? Come scrisse Adam Smith “non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo”. Eppure Castagna non ha mai fatto mancare dei buoni pranzi ai suoi azionisti, tra i quali spicca proprio il Crédit Agricole.
L’ironia della storia vuole che la banca francese sia entrata in Italia grazie a Bazoli che, nel 1989, impegnato nel salvataggio del Banco Ambrosiano dalle rovine di Roberto Calvi, la chiamò in aiuto contro l’insidia della Mediobanca di Enrico Cuccia. Storie antiche, tuttavia Bazoli – che preferisce la dottrina sociale della chiesa alla Ricchezza delle nazioni – crede nella riconoscenza. Quando nel 2006 l’Intesa da lui fondata e guidata andò a nozze con il Sanpaolo di Torino, la Cassa di Risparmio di Parma venne ceduta all’Agricole. Castagna stesso viene dalla nidiata Bazoli, sia pur di seconda generazione come il suo quasi coetaneo Messina. Nato a Napoli nel 1959, laureato in giurisprudenza nella rinomata Federico II, a 22 anni entra alla Banca Commerciale confluita nel 2001 in Intesa della quale nel 2013 diventa direttore generale, per un breve periodo perché poi sarà Messina ad assumere anche quel ruolo una volta diventato amministratore delegato. I due, dunque, si sono incrociati da tempo lungo le faticose scale di Ca’ de Sass (non c’era ancora il grattacielo).
Castagna s’avvicina al Montepaschi ai primi del 2025 quando già si sente il frusciar di azioni, e compra il 5 per cento della banca senese. Gioca un ruolo di supporto all’assalto a Mediobanca da parte di Delfin e Caltagirone, diventati gli azionisti di riferimento dopo che il Tesoro lo scorso anno aveva ceduto loro la sua quota. Il progetto di Castagna è mettere insieme Bpm e Mps, lasciando a Lovaglio il posto di presidente e mantenendo saldo il timone del nuovo soggetto in procinto di diventare la terza banca italiana. Ma, come abbiamo visto, ha fatto anche lui i conti senza l’oste, ovvero Messina, la cui offerta sembra troppo succulenta perché i soci di Mps non l’accolgano. Il denaro contante non è tutto, perché in ballo c’è una posta dal chiaro valore politico come le Generali. Né vale sperare in un nuovo ukase governativo, visto che il dorato potere della mano pubblica s’è trasformato in una trappola spinosa, con un effetto boomerang proprio su chi ha bloccato l’Unicredit considerandola una banca estera, per finire nelle mani del francesissimo Crédit Agricole, anche se la controllata italiana deve il suo successo in gran parte all’emiliano Giampiero Maioli, nato in provincia di Reggio e diventato gran capo della Cariparma. Attenti dunque a un gretto nazionalismo. La politique d’abord era lo slogan dell’Action Française di Charles Maurras, pontefice della destra francese, ma a questo punto bisognerebbe dire le marché d’abord.
La profezia di Cuccia
“E’ caduto l’impero romano volete che non cada anche Mediobanca?”: Enrico Cuccia l’ha guidata per 54 anni e l’ha difesa in ogni modo fino alla propria morte nel 2000, però non si faceva illusioni. Alberto Nagel, il quale ne ha preso le redini nel 2003, pensava che potesse respingere i colpi di un nuovo potere politico e dell’alleanza tra due poteri economici diversi, ma per molti aspetti paralleli, come quello di Caltagirone e Del Vecchio. Forse bisognerà aspettare ancora prima di valutare gli errori commessi da Nagel: alcuni sostengono che l’orgoglio di andare avanti da solo gli abbia fatto perdere quella cauta lucidità che aveva mostrato per vent’anni; altri credono che la strategia standing alone copriva in realtà il suo isolamento. Certo, la mossa di proporre a Trieste di comprare la Banca Generali mentre era tutto un tintinnar di sciabole è stata fuori tempo, quasi incomprensibile per un banchiere con il suo curriculum. Dicono che fino all’ultimo fosse convinto dell’adamantina fedeltà da parte dei fondi d’investimento (aveva dimenticato anche lui il motto di Smith). In ogni caso la sconfitta è stata clamorosa al di là di ogni previsione e Nagel l’ha servita su un piatto d’argento. Provato, ha cercato di rimettersi in gioco consigliando il vecchio amico Carlo Cimbri balzato al centro della scena.
Il legame tra loro risale a 15 anni fa quando il crac Ligresti si rovescia come una bomba da un miliardo di euro sulla Mediobanca e Nagel chiede aiuto proprio al gran capo della Unipol, perché nessuna delle compagnie straniere contattate vuole intervenire per prendersi la Fondiaria Sai spolpata per bene. Il 28 dicembre 2011venne organizzata in Mediobanca una cena per far conoscere Cimbri a Salvatore Ligresti. Da lì partì la trattativa, che inizialmente prevedeva l’acquisto diretto del 30 per cento di Premafin (la finanziaria di famiglia) da parte di Unipol per 45 milioni. Tuttavia, quello schema venne stoppato dalla Consob. Ci vorranno altri passaggi e l’uscita di scena dei Ligresti prima che la Sai nel 2014 passasse all’Unipol, una operazione che di fatto ha salvato la Mediobanca portando Cimbri in piazzetta Cuccia. L’offerta lanciata da Messina vuol salvare anche il nome, il brand e il ruolo della stessa Mediobanca sia pur all’interno di Intesa, galassia in continua espansione che si prenderà 625 filiali per lo più nel nord est dove è già molto forte soprattutto dopo aver preso (per un euro) le spoglie di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza. All’Unipol andranno oltre 635 sportelli che verranno poi girati alla Bper la quale prenderà il nome Monte dei Paschi (senza Siena) un brand meglio conosciuto. La compagnia d’assicurazione ottiene di poter vendere le proprie polizze in un canale bancario molto esteso.
Tra chi rimane spiazzato c’è Vittorio Grilli. L’economista, ex direttore generale e ministro del Tesoro, poi capo dell’area Europa e Medio Oriente per la JP Morgan, ha avuto un ruolo dietro le quinte anche in tutte le vicende degli ultimi mesi, ed è diventato presidente della Mediobanca nelle mani di Mps, con uno stipendio di un milione e 300 mila euro (si stava se portarlo a due milioni). Poi il colpo di scena e tutto è sfumato per il momento. Grilli resterà, ma senza poteri? Ci vorranno mesi prima che l’opas di Intesa vada in porto; se passerà, il nuovo assetto sarà completato l’anno prossimo, probabilmente insieme alle elezioni politiche o subito dopo. C’è tempo e il tempo in questo caso è tiranno più che mai.
Il triangolo no
Va bene, è una citazione pop addirittura da Renato Zero, ma ci sta direbbero i colleghi sportivi. L’assetto bancario italiano mentre si avvicina un’estate rovente con il risveglio si El Niño, secondo molti analisti dovrebbe reggersi su tre gambe: l’Intesa di Messina, l’Unicredit di Orcel e l’Unipol di Cimbri. Tre personalità, tre banchieri, tre manager che più diversi non si può. Quando prese in mano la compagnia delle cooperative rosse, Cimbri non avrebbe mai immaginato nulla del genere. La sua forza in questi sedici anni è stata una indomita volontà, una semplice e chiara strategia di crescita, un’idea del suo mestiere radicata in una idea dell’Italia. Non è un assicuratore, ma guida la seconda compagnia italiana. Non è un banchiere, eppure diventa protagonista dei nuovi equilibri che si vanno componendo nel sistema bancario. Non ha lavorato alla Goldman Sachs o in JP Morgan, non ha studiato all’estero né dai gesuiti, non è stato svezzato dalla Banca d’Italia. Ama ragionare di strategie, di nuovi rapporti tra stato e mercato, di politica “in senso alto”, senza essere affiliato a nessun partito. Il suo cursus honorum sfugge agli schemi più diffusi, tuttavia Cimbri è ormai considerato una figura chiave nella galassia del nord. Con lui la Unipol, nata dalla Lancia di Carlo Pesenti e rilevata nel 1963 dalla Lega delle cooperative, ha perso sia la falce sia il martello. Nato a Cagliari sotto il segno dei Gemelli il 31 maggio 1965, Cimbri si laurea in Economia a Bologna e nel 1990 viene assunto dalla Unipol. Diventa direttore generale nel 2007 e amministratore delegato nel 2010. Ha due figlie, Alessia, diventata astrofisica a Los Angeles e Veronica che ha studiato a Bologna. Tifoso dell’Inter, gli piacerebbe che la sua squadra prendesse l’esempio del Bayern o del Barcellona.
A Cimbri era stato affidato un compito certo non facile: reagire alla sconfitta nella battaglia finanziaria per la Bnl che aveva opposto la Unipol al Banco Bilbao Vizcaya Argentaria seconda grande banca spagnola. Nell’aprile 2004 il Bbva aveva stretto un patto con le Generali e Diego Della Valle per controllare la banca romana che un tempo faceva capo al Tesoro, ma un anno dopo decide di prendersi tutta la posta. La Unipol guidata da Giovanni Consorte scende in campo per contrastarla con una offerta pubblica d’acquisto che ottiene la maggioranza, ma tutto crolla travolgendo persino il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. Il grande balzo in avanti avviene con l’acquisizione della Sai come abbiamo raccontato. Ma chi controlla la Unipol? Un patto tra cooperative affiliate alla Lega detiene ancor oggi attraverso la Finsoe spa il 52 per cento. E’ il mercato bellezza, si è scritto, ma è il mercato modello italiano.
In una intervista al Foglio rilasciata mentre si stava preparando la prima versione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, Cimbri chiedeva “un progetto ambizioso” perché “non possiamo diventare la patria dei bonus, del reddito di sostegno, delle prebende, tutto quello che in questi anni ha avuto un effetto devastante. Dobbiamo sostituire a questa cultura assistenziale la cultura del lavoro, della competizione, del merito. Sta qui il motore per la ripresa”. Chissà se cadrà il muro del pregiudizio nemico del cambiamento. La sua convinzione lo porta a dialogare con l’idea sistemica maturata nel pensatoio bazoliano. Anche se è stato la stampella della laicissima Mediobanca e di Nagel, è più vicino a Messina che al mercatista Orcel tutto banca all’americana.
Scalate, ribaltoni, indagine della magistratura, accuse e contraccuse, governo prima interventista poi assenteista, partiti divisi che mettono il becco: tutto questo non poteva che allarmare la prima banca italiana o meglio la banca di sistema. A coté della assemblea della Banca d’Italia, il presidente emerito Bazoli invita i giornalisti a non dare tutto per scontato e avere pazienza, si capisce che qualcosa di grosso bolle ancora in pentola. Lo si è visto nel giro di dieci giorni, mentre tutti gli altri, a cominciare da noi giornalisti, ci perdevamo nel labirinto della sfinge e non finivamo di chiederci che cosa si sarebbe inventato Orcel. Lasciato in panchina in Italia dove i rapporti del governo sono pessimi, bersagliato dal nuovo revanscismo germanico che preferisce una banca fallita e salvata dal governo come Commerzbank (in questo sorella gemella del Montepaschi) a una tra le prime d’Europa che distribuisce utili su utili ogni anno (come l’Unicredit), cosa può fare il Cristiano Ronaldo dei banchieri d’affari? Della banca tedesca possiede ormai il 55 per cento e certo non pensa di venderla ai sindacati. Ma la conquista sarà lunga e dura, probabilmente dovrà alzare il prezzo dell’offerta. In Italia, dopo la vendemmia di sportelli da parte di Intesa e Unipol, non gli resta molto spazio. Aiuterà il Banco Bpm a scalare Mps? Troppo costoso e irrealistico. Il suo vero obiettivo può essere le Generali, come perno di un nocciolo di azionisti rilevanti insieme a Intesa-Mediobanca, Caltagirone, Benetton e Delfin suo cliente di riguardo. Oggi Unicredit ha il 9 per cento del Leone di Trieste. Se Milleri a causa delle baruffe nella famiglia Del Vecchio dovesse cedere in tutto o in parte il suo 10,5 per cento la banca milanese diverrebbe il primo azionista, altrimenti sarebbe il secondo dopo Mediobanca; in più potrebbe diventare il canale privilegiato per distribuire polizze e prodotti finanziari delle Generali, un mestiere per il quale Intesa è già molto attrezzata. Ciò darebbe peso e stabilità a un azionariato per ora troppo disperso. Insomma, sarebbe anch’essa una operazione sistemica. Orcel insidia Messina sul suo stesso campo? Chi l’avrebbe mai detto. Il finale è aperto più che mai: vincerà CR7 o Lionel Messi?
