Economia
L'analisi •
I paesi del Golfo scaricano barili sul mercato. Ma le riserve sono ai minimi
Il Brent è sceso sotto i 75 dollari perché i mercati stanno prezzando una normalizzazione su cui avevano scommesso da tempo. Mentre le scorte dei paesi Ocse sono ai livelli più bassi dal 1990, e quelle statunitensi ai livelli del 1983. Parla Tagliapietra (Bruegel)
25 GIU 26

Ieri il Brent è scivolato sotto i 75 dollari al barile, quasi il 40 per cento sotto i picchi della crisi. Dall’inizio della guerra in Medio oriente il petrolio non era mai costato così poco. Eppure le scorte pubbliche dei paesi Ocse sono ai minimi dal 1990, e che il prezzo scenda in contemporanea è una combinazione rara. Ciò si spiega con le aspettative. I mercati stanno prezzando una normalizzazione fisica dei transiti in Medio oriente su cui avevano scommesso da tempo, dato che il petrolio non ha mai raggiunto i livelli di record storici, come i 147 dollari al barile del luglio 2008 (che in termini reali sarebbero ovviamente più di 147 dollari odierni).
“Il mercato non sta dicendo che i fondamentali siano improvvisamente diventati abbondanti”, spiega al Foglio Simone Tagliapietra, senior fellow del Bruegel. “Le scorte restano un elemento da monitorare con attenzione. Ma in questa fase i prezzi guardano più alle aspettative che ai fondamentali: se gli operatori percepiscono un rischio minore sui flussi mediorientali e sullo Stretto di Hormuz, il Brent scende anche in presenza di scorte non particolarmente confortevoli. Resta però un equilibrio fragile: basta poco sul fronte geopolitico o sui flussi fisici per riportare volatilità”.
Poi Tagliapietra aggiunge: “Il calo del prezzo del petrolio va letto soprattutto come un ridimensionamento del premio geopolitico incorporato nelle ultime settimane”. A spingere giù le quotazioni si sono uniti infatti due fattori. Prima, l’intesa di 60 giorni tra Stati Uniti e Iran, che ha tolto il blocco sul transito delle petroliere e ha riaperto Hormuz. Poi, l’iniezione di offerta. Le compagnie petrolifere statali dei paesi del Golfo, dall’emiratina Adnoc alle omologhe di Kuwait e Iraq, hanno messo sul mercato grandi quantità di carichi pronti. Per dare un esempio, solo Adnoc da inizio giugno ha venduto almeno 48 milioni di barili sul mercato spot, cioè al prezzo di giornata, mentre l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) calcola che gli Emirati già a inizio giugno abbiano raggiunto l’85 per cento dei volumi dell’export petrolifero pre-guerra – grazie alla combinazione dei flussi che transitano per gli oleodotti che aggirano Hormuz, degli stoccaggi strategici di Fujairah (l’hub che affaccia sul Golfo dell’Oman, fuori dallo Stretto), e ai passaggi nello Stretto effettuati con i transponder spenti lungo la costa dell’Oman, come segnalato da Javier Blas di Bloomberg.
Anche l’Iran ha ripreso a vendere prodotti petroliferi sul mercato internazionale, spedendo oltre 30 milioni di barili nell’ultima settimana, complice anche la licenza della durata di due mesi con cui gli Stati Uniti hanno sospeso le sanzioni contro il regime.
Ma per l’appunto tornando alle scorte strategiche di petrolio, cioè il cuscinetto che ha aiutato ad attutire lo choc d’offerta causato dalla chiusura di Hormuz, queste sono ai livelli più bassi dal 1990, almeno per i paesi Ocse (dato che, per la Cina, i livelli delle riserve sono indefiniti). Solo negli Stati Uniti le Strategic petroleum reserve, create dopo la crisi dell’Opec del 1973 per affrontare le emergenze, sono scese a circa 340 milioni di barili, il livello più basso dal 1983.
Tutto ciò vuol dire che queste scorte, presto o tardi, andranno riempite. Ma l’Aie prevede ancora un mercato petrolifero in deficit d’offerta almeno fino agli sgoccioli del 2026, per poi stimare per l’anno prossimo un surplus. In ogni caso, che sia nel 2026 o nel 2027, parte di quella offerta sarà acquisita dai diversi governi per ricostruire le scorte, e non solo per soddisfare i consumi. E’ per questo che banche come Goldman Sachs, che vede nel 2027 un surplus di offerta di circa 3 milioni di barili al giorno, stimano che il Brent rimanga anche l’anno prossimo intorno ai 75 dollari. Il mondo si trova così con un cuscinetto di sicurezza assottigliato più che mai. E quando è così sottile basta poco (da una mina non trovata, a una fiammata nel Golfo) perché il prezzo risalga di colpo.
Intanto da un mercato diverso arriva un altro segnale, e vale la pena registrarlo. Mentre il greggio scende, i rendimenti dei Treasury Usa a due anni sono saliti nella giornata di ieri sono saliti a circa il 4,2 per cento, vicino ai massimi da oltre un anno. Come osserva l’economista Mario Seminerio, la disinflazione energetica potrebbe funzionare come uno stimolo iniettato in un’economia già calda. Ciò rischierebbe di spingere la Federal reserve, ora sotto la guida del nuovo presidente Kevin Warsh, a mantenere i tassi d’interesse alti (3,5-3,75 per cento) più a lungo delle aspettative, piuttosto che ragionare già sul primo taglio – che da tempo il presidente Donald Trump richiede in vista delle elezioni di metà mandato.