La misura precisa dell’abisso che divide l’America dall’Europa. Ma le radici comuni restano

Mentre gli Stati Uniti continuano a correre, l’Italia ha prima arretrato e si è poi fermata e la Gran Bretagna e la Francia crescono dal 2010 a un ritmo pari alla metà di quello dello stato di New York. Ma la divergenza tra i due continenti si ripercuote anche all’interno di quello americano

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Foto Ansa

Dopo quattro mesi passati sulla costa orientale degli Stati Uniti, dove ho vissuto ad anni alterni fino al 2003 per poi frequentarli solo nei mesi estivi o in occasione di congressi e conferenze, ho pensato di buttare giù per il Foglio qualche impressione, suffragata – e talvolta corretta – da qualche dato, nella speranza di aiutare a vedere e capire cose che mi sono parse interessanti. Invece di scrivere un pezzo lungo, lo faccio in qualche nota di cui questa, dedicata a occidente e mondo atlantico e a Europa e Stati Uniti oltre che ad alcuni mutamenti sociali che mi hanno impressionato, è la prima. In “The West: The History of an Idea” (Princeton University Press), un libro serio e bello che apre molte finestre anche se non sempre ci si trova d’accordo, Georgios Varouxakis ha di recente mostrato come “occidente”, inteso nel modo in cui è usato nell’odierno dibattito politico e intellettuale, abbia una storia, anche abbastanza recente. Alla sua radice c’è l’idea di Auguste Comte di ricorrervi per sostituire un’“Europa” che gli sembrava un termine al tempo stesso troppo largo, perché includeva una Russia che per lui Europa culturalmente non era tranne che in parti della sua élite, e troppo stretto, perché escludeva le Americhe, che europee invece erano senz’altro. Al suo cuore c’è però la cristallizzazione di quello che, a partire dalla Dichiarazione atlantica di Roosevelt e Churchill dell’agosto 1941 e poi e soprattutto con la North Atlantic Treaty Organization si è autodefinito il “Mondo atlantico”.
Ebbene, passando di nuovo qualche mese nel New England la prima cosa che colpisce è che forse al centro di quella che chiamiamo la “crisi” (ma sarebbe meglio dire la mutazione) dell’occidente vi sia il declino di quel mondo. Del resto, se dopo essere passato dal Mediterraneo all’Atlantico, il baricentro del nostro pianeta si è ora spostato nel Pacifico e se Londra e Parigi sono in difficoltà, come può la costa atlantica degli Stati Uniti non esserne affetta? Intendiamoci: se quella francese e quella inglese sono crisi vere, dai pesanti risvolti politici, quello della costa orientale degli Stati Uniti è un declino relativo rispetto al più rapido sviluppo delle regioni occidentali e sud-occidentali, che avviene però in un paese che continua a crescere velocemente – anche a est – dagli anni Novanta (con un sorprendente ristagno a inizio del nuovo Millennio). Da qualche anno però si ha l’impressione, che ho anch’io nettamente percepito e che i dati sembrano suffragare, che l’est corra di meno di un ovest che è da qualche decennio al centro della stupefacente rivoluzione di computer, internet e ora intelligenza artificiale oltre che più direttamente legato all’altrettanto stupefacente miracolo asiatico, che ha ormai passato il suo picco ma deve ancora esercitare tutta la sua influenza.
Se la costa nordorientale e quella occidentale continuano a essere le regioni più ricche degli Stati Uniti, dal 2010 circa i loro rapporti hanno cominciato a invertirsi. Se si guarda per esempio al reddito famigliare mediano (quello che divide tutte le famiglie in due insiemi, inferiore e superiore, di pari grandezza), calcolato in termini reali per tenere conto dell’inflazione, quello di tutto il paese è salito dal 1990 al 2024 del 28 per cento, passando da 65 mila a 83 mila dollari. Quello della costa occidentale è invece cresciuto di quasi il 40 per cento (da 73 mila a più di 100 mila dollari) e quello dalla costa orientale mostra un duplice volto, con un Massachusetts che corre come e più della costa ovest, ma con New York e New Jersey (già tra gli stati più ricchi) che sono al di sotto della media nazionale. Se si parte dal 2010 la differenza è ancora più netta, con gran parte della costa est (sempre a eccezione del Massachusetts) ancora in crescita ma sempre meno della media nazionale, e la costa ovest, ma anche il Texas o l’Arizona, che hanno accelerato la loro corsa. Per capire l’abisso che separa ormai l’Europa dagli Stati Uniti il reddito reale mediano delle famiglie inglesi è cresciuto invece del 25 per cento circa dal 1990, e “solo” del 9 per cento se si parte dal 2010, come pure quello francese. Quello delle famiglie italiane è invece diminuito dal 1990 al 2024 di quasi il 15 per cento, ma è grosso modo stabile dal 2010 (quindi la diminuzione sta quasi tutta nel ventennio precedente). Insomma, mentre gli Stati Uniti continuano a correre, l’Italia ha prima arretrato e si è poi fermata e la Gran Bretagna e la Francia (che con gli Stati Uniti formavano il cuore dell’occidente classico) crescono dal 2010 a un ritmo pari alla metà di quello dello stato di New York e a un quarto di quello della California e del Massachusetts, che è però da qualche tempo in “difficoltà” che magari avessimo noi.
Sono dati che, con la direzione, l’entità e la composizione dei flussi migratori e i diversi sviluppi culturali, su cui tornerò nelle prossime puntate, contribuiscono a spiegare l’allontanamento tra le due parti principali del vecchio occidente e quindi la sua crisi naturale. Tornando invece agli Stati Uniti, se si guarda per esempio ai prezzi delle case, quelli di Cambridge (la città di Harvard), pur essendo cresciuti vertiginosamente, sono aumentati negli ultimi anni meno di quelli di Palo Alto (il centro più vicino a Stanford, cuore della Silicon Valley) e mostrano ultimamente una tendenza alla diminuzione, mentre quelli di Palo Alto continuano a crescere. Dietro c’è un altro fenomeno socioeconomico che mi ha stupito e che mi sembra più importante e significativo di quello, di cui spesso si parla, della nascita di una classe di super-ricchi, un “un per cento” che è in realtà uno zero virgola diversi zeri seguiti da un uno per cento, certo rilevante ma dall’impatto forse più forte nel nostro immaginario che nella realtà, anche perché in fondo non nuovo, se solo si pensa ai principi Borghese o ai Rothschild, per non parlare delle famiglie reali, del passato. Penso alla formazione negli Stati Uniti, anch’essa legata a internet, computer e intelligenza artificiale, ma non solo, di una nuova classe medio-alta dai redditi ormai molto più elevati di quelli della sua corrispondente europea. Dal 2010 al 2024 il reddito in dollari reali del 20 per cento superiore delle famiglie americane è aumentato di più del 30 per cento, arrivando a 175 mila dollari, e quello del 5 per cento superiore di circa il 35 per cento, toccando i 335 mila (anche quello del 40 per cento inferiore è però cresciuto di circa il 25).
Si è formata così una “classe” di decine di milioni di persone che guadagnano cifre impensabili per la maggior parte dei corrispondenti ceti medio-alti europei, un risultato naturale della crescita economica di cui abbiamo parlato. Sono le persone che vediamo arrivare come turisti in un’Europa di nuovo “più povera”, dove sono pronti a pagare cifre che a noi sembrano incredibili perché a Cambridge un cattivo caffè in un bicchiere di carta con un mediocre dolce nel bar più “stimato” costa con la mancia quasi 10 dollari, il che deve aver fatto a lungo ritenere un affarone il caffè con cornetto della piazzetta di Capri (ma nelle zone raggiunte da quel turismo i prezzi si stanno ora inevitabilmente adeguando). E milioni di quelle decine di milioni di persone di dollari all’anno ne guadagnano a centinaia di migliaia, arrivando facilmente a un milione, una “nuova classe” dai redditi, dai consumi e dagli stili di vita – e quindi dalla cultura – diversi dai nostri, anche solo per le possibilità di cui gode. E, ripeto, questo non perché gli americani meno abbienti stiano peggio, anzi: è piuttosto vero che, come e più dei film e della televisione del passato, i “social” mettono da anni tutti di fronte a quegli stili di vita, sollevando inevitabilmente, più di una volta al giorno, la domanda del perché loro sì e io no.
Insomma, sembra di poter dire non solo che Europa e Stati Uniti si allontanano, ma che questa “divergenza”, frutto naturale della storia (basti pensare che gli ultimi emigrati europei hanno raggiunto in numero significativo le coste americane circa 60 anni fa), si ripercuote anche all’interno degli Stati Uniti che, diventando meno europei e più “americani”, si muovono verso nuovi equilibri interni, socioeconomici certo, ma, come cercherò di mostrare nella prossima “puntata”, anche culturali ed “etno-razziali”, per usare il loro vocabolario. Resta però il fatto indiscutibile delle radici comuni che ci legano ancora. Se facciamo sempre meno parte della stessa famiglia “nucleare”, legata da mille e stretti rapporti di ogni tipo, gli Stati Uniti restano, con alcuni altri paesi americani e oceanici, i nostri parenti più stretti, ancorché sempre più diversi da noi. Al di là di comprensibili ma in fondo irrazionali (per non dire stupide) irritazioni temporanee, e del rimpianto per un passato che non c’è più e che come tutti i passati non può tornare, per l’Italia come per l’Europa essi restano il principale amico e alleato “naturale”, anche se è evidentemente necessario costruire con loro un rapporto diverso perché basato sul riconoscimento della nostra comune, accresciuta diversità.