Esteri
deporre le armi •
In Israele tutti dicono che la guerra è finita troppo presto
Yair Lapid ha definito l’accordo tra Stati Uniti e Iran un “disastro”, mentre per il leader di Israel Beiteinu, Avigdor Lieberman, è “solo questione di tempo” prima che “i droni di Hezbollah colpiscano Gerusalemme o Tel Aviv”. A Gerusalemme la retorica pacifista è un lusso che nessuno si concede
16 GIU 26

Foto ANSA
Nessuno dice che la guerra contro Teheran non doveva iniziare, ma che è finita troppo presto. Lo pensa quel “guerrafondaio di Benjamin Netanyahu” e lo dicono i suoi oppositori politici, pronti a prenderne il suo posto alle prossime elezioni politiche. Yair Lapid ha definito l’accordo tra Stati Uniti e Iran un “disastro”, sostenendo che non affronta né la minaccia balistica iraniana né l’obiettivo dichiarato di indebolire il regime di Teheran.
“Il regime non è crollato, è stato rafforzato”, ha dichiarato il leader di Yesh Atid alla Knesset. Lapid ha accusato Netanyahu di essere “stanco”. E di aver fallito nel convincere Washington a colpire gli impianti petroliferi iraniani, che era lo scenario economico più drammatico.
Lapid ha anche detto che Israele deve “preservare la propria libertà d’azione militare”, indipendentemente dalle decisioni americane. “Israele è uno stato sovrano, non un protettorato americano”, ha dichiarato, invitando Netanyahu a far capire chiaramente a Donald Trump che Israele “non sarà vincolato da alcun accordo che metta a rischio la sua sicurezza”. Dichiarazione indistinguibile da quella del leader dell’estrema destra Itamar Ben Gvir: “L’accordo di Trump non ci obbliga. Israele non è sottomesso agli Stati Uniti, siamo uno Stato indipendente e sovrano”.
Il leader di Israel Beiteinu, Avigdor Lieberman, ha avvertito che è “solo questione di tempo” prima che “i droni di Hezbollah colpiscano Gerusalemme o Tel Aviv”.
Benny Gantz ha assunto una posizione ancora più dura sul Libano. L’ex capo di stato maggiore ha dichiarato che “la migliore difesa contro Hezbollah è l’attacco”, affermando che “nessun aereo dovrebbe decollare da Beirut”. A confronto la strategia libanese di Netanyahu sembra moderata. Per quanto riguarda l’Iran, Gantz ha detto che Israele dovrebbe concludere la campagna solo dopo “la distruzione o la rimozione dell’uranio arricchito iraniano”, la fine del programma di missili balistici a lungo raggio e la fine del finanziamento di Teheran ai proxy regionali.
Per il leader centrista ed ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot “l’opportunità di sicurezza e regionale che il governo di Israele doveva cogliere è stata sprecata”, mentre l’ex primo ministro Naftali Bennett, il più titolato a subentrare a Netanyahu al governo, ha definito l’accordo un “fallimento strategico”, sostenendo che Israele non dovrebbe accettare alcuna limitazione alla propria libertà d’azione in Libano.
Nessuno in Israele, dalla destra più estrema al centro a quel che resta della sinistra, chiede di deporre le armi. A Gerusalemme la retorica pacifista è un lusso che nessuno si concede.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.

