L’Ue prova a parlare con la Russia. Il nodo cinese al Consiglio

Attraverso il suo principale consigliere, Antonio Costa avvia una serie di contatti con il Cremlino per aprire dei canali di comunicazione. Mentre dopo anni di dialogo infruttuoso con Pechino, i leader dell’Unione europea sembrano intenzionati a fare sul serio per rispondere allo “choc cinese 2.0”

18 GIU 26
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Foto ANSA

Bruxelles. Al Consiglio europeo, oggi e domani, i capi di stato e di governo dell’Unione europea torneranno a discutere della guerra della Russia contro l’Ucraina. Dopo il G7 di Evian Volodymyr Zelensky sarà al vertice dell’Ue per celebrare l’apertura formale dei primi capitoli negoziali. Tuttavia la discussione si potrebbe concentrare sul potenziale dialogo con Mosca. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, attraverso il suo principale consigliere, ha avviato una serie di contatti con il Cremlino per aprire dei canali di comunicazione. “Niente è stato discusso sulla sostanza”, spiega un funzionario dell’Ue. Nessun risultato. Ma “l’Ue ha specifici interessi che dovranno essere difesi. Di conseguenza è importante creare canali diplomatici con la Russia”. Era stato lo stesso Zelensky a chiedere all’Europa di giocare un ruolo. Tuttavia “l’Ue non è un mediatore. Sostiene l’Ucraina”, ricorda il funzionario dell’Ue.
Ma si parlerà anche di Cina. Dopo anni di dialogo infruttuoso con Pechino per cercare di riequilibrare le relazioni economiche senza entrare in una guerra commerciale, i leader dell’Unione europea sembrano intenzionati a fare sul serio per rispondere allo “choc cinese 2.0”. Nel vertice di oggi e domani la Cina sarà il piatto principale della cena di questa sera, anche se nell’agenda formale la discussione sarà dedicata agli “squilibri macroeconomici globali”. Questa espressione viene utilizzata da alcune settimane dai diplomatici a Bruxelles per non menzionare esplicitamente la Cina, che ha già minacciato ritorsioni commerciali se l’Ue introdurrà un nuovo strumento commerciale per rispondere alla sua sovracapacità. La Commissione ha promesso un approccio “più robusto” contro le pratiche economiche di Pechino. Ursula von der Leyen vuole ottenere il via libera dai leader per usare con maggior forza gli strumenti di difesa esistenti e proporne uno nuovo. Ma le esitazioni a chiamare la Cina per nome illustrano il dilemma a cui sono confrontati i ventisette. Quanto seria sarà la risposta alla sfida economica posta da Pechino? Dipende dal “dolore” che i capi di stato e di governo sono disposti a subire nel breve periodo, spiega al Foglio un diplomatico europeo. Dipende soprattutto dalla Germania e dal cancelliere Friedrich Merz, che sembra essersi convinto a un approccio più assertivo. I precedenti non sono di buon auspicio. Nel 2025, su pressione della Germania e del settore automobilistico, la Commissione ha indietreggiato di fronte all’interruzione da parte di Pechino delle forniture di chip Nexperia e ai suoi controlli sulle esportazioni di terre rare.
“Se guardiamo al 2025, questo verrà ricordato come l’anno in cui, per la prima volta in assoluto, tutti gli stati membri hanno registrato un deficit commerciale con la Cina”, ha spiegato von der Leyen lunedì prima dell’inizio del vertice del G7: “L’Ue ha registrato il suo più grande deficit commerciale di sempre, pari a 360 miliardi di euro. Questa situazione, ovviamente, non è sostenibile”. Tra i ventisette capi di stato e di governo c’è una convergenza sempre più chiara sull’analisi della situazione e gli squilibri provocati dal modello cinese. Il piano quinquennale di Xi Jinping è considerato una strategia per risolvere i problemi economici interni esclusivamente attraverso le esportazioni. “I sussidi del governo cinese per la produzione rappresentano il 4,5 del Pil. Lo yuan è sottovalutato dal 15 al 20 per cento. Questa è una strategia che può distruggere il 50 per cento dell’industria europea, in alcuni paesi l’80 per cento”, spiega una seconda fonte dell’Ue: “Il costo dell’inazione è più alto del costo dell’azione”. Ma, una volta fatta la diagnosi, i ventisette leader sono meno uniti sulla cura necessaria. Pedro Sanchez ha fatto ritirare la firma della Spagna da un documento di Francia, Italia e Paesi Bassi, che chiedeva alla Commissione di essere più dura. La Polonia ha messo la sua firma. La Germania e i paesi nordici insistono sul fatto che il dialogo deve rimanere la priorità, a condizione che porti dei risultati. La Francia sostiene che le misure di difesa commerciale contro la Cina debbano essere adottate molto più velocemente. Sullo sfondo rimane la grande paura di una ritorsione di Pechino che porti a un’interruzione di catene di approvvigionamento essenziali, come era avvenuto con Nexperia e i magneti. Già ora, attraverso i controlli alle esportazioni di terre rare, la Cina sta mettendo in crisi le forniture per l’industria militare europea, fondamentale per i piani di riarmo. “Quanto dolore siamo disposti a subire? Questa è tutta la questione”, spiega il primo diplomatico.