Il petrolio è tornato a passare per Hormuz

L’Opec+ aumenta la produzione e l’abbondanza indebolisce l’Iran, senza compratori 

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Un ragazzo si tuffa da uno pneumatico in riva al mare, mentre delle navi solcano lo Stretto di Hormuz, al largo di Bandar Abbas, in Iran, martedì 30 giugno 2026 (Amirhosein Khorgooi/ISNA via AP)

Il mercato del petrolio ha smesso di scommettere sulla scarsità e ha ricominciato a prezzare l’abbondanza. Ieri il Brent è sceso sotto i 72 dollari dopo che domenica l’Opec+ ha deciso di alzare i livelli di produzione di 188 mila barili al giorno da agosto, segnando il quinto aumento mensile consecutivo. Nemmeno un mese fa, l’11 giugno la Bce alzava i tassi di interesse, quando l’esito dell’intesa tra Iran e Stati Uniti era ancora incerto. Con la riapertura di Hormuz il greggio è tornato a transitare a gran velocità lungo lo stretto. Secondo Kpler l’Arabia Saudita ha spedito per mare oltre 34 milioni di barili nelle due settimane successive all’intesa del 17 giugno, più del doppio di quanto era riuscita a esportare durante la crisi. Mentre gli Emirati, usciti dall’Opec a maggio per liberarsi dal vincolo delle quote, hanno toccato a giugno il loro record di esportazioni. Intanto la saudita Aramco ha deciso ieri di tagliare per i compratori asiatici il prezzo del suo barile più esportato, l’Arab light, rendendolo così più conveniente rispetto a quello dei concorrenti regionali. Questa abbondanza, dovesse perdurare, potrebbe così indebolire l’Iran nei negoziati con gli Usa. Più rapidamente le nazioni ricostruiranno le proprie riserve, minore sarà la capacità dell’Iran di minacciare l’economia globale tenendo in ostaggio Hormuz. Anche il regime iraniano, secondo le parole del negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, sostiene di aver esportato oltre 40 milioni di barili da quando gli Stati Uniti hanno sospeso per due mesi le sanzioni contro di loro. Ma secondo Bloomberg e Vortexa a inizio luglio il 90 per cento dei circa 60 milioni di barili che Teheran aveva caricato sulle navi era invenduto, soprattutto perché il primo compratore di greggio iraniano, la Cina, ha dimezzato il suo import via mare. Il vicepresidente americano J.D. Vance ha collegato la finestra di due mesi alla ricostitruzione delle scorte, per poi rivalutare la posizione iraniana al tavolo negoziale. L’abbondanza per ora gioca contro Teheran, ma è un fattore che rischia di scadere presto.