Come processare con i numeri i giornalisti passacarte delle procure

La stampa e il regime del giustizialismo - un libro da leggere
18 NOV 16
Ultimo aggiornamento: 19:10 | 3 AGO 20
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(foto LaPresse)

Che l’approccio tipico della stampa italiana alle vicende giudiziarie sia in gran parte colpevolista, inquisitorio e irrispettoso dei più basilari diritti di difesa delle persone coinvolte, condannate ancor prima di essere giudicate in un’aula di giustizia, è cosa nota. Ora però a confermarlo sono i numeri di un’indagine compiuta dall’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi), raccolti in un libro dal titolo “L’informazione giudiziaria in Italia: libro bianco sui rapporti tra mezzi di comunicazione e processo penale”, che verrà presentato lunedì alle 11 presso la sede dell’Ucpi. Gli avvocati dell’Osservatorio, con la collaborazione del dipartimento di statistica dell’Università di Bologna, hanno raccolto e studiato per sei mesi (da giugno a dicembre 2015) i dati ricavati dagli articoli di cronaca e politica giudiziaria dei più importanti quotidiani italiani – circa 27, tra quotidiani ad edizione nazionale e locale (dal Corriere della Sera a Repubblica, dalla Stampa al Sole 24 Ore, dal Fatto Quotidiano al Giornale, dal Quotidiano Nazionale al Mattino) – in base a parametri qualitativi preventivamente individuati.
Le informazioni sulle indagini, come scrive Beniamino Migliucci (presidente dell’Ucpi), vengono in altre parole “sapientemente pubblicate e divulgate per creare consenso preventivo”, il tutto “ignorando regole processuali, violando la riservatezza e la salvaguardia della verginità cognitiva del giudice che viene bombardato da informazioni riguardanti le indagini”. La concentrazione dell’attenzione dei giornali sulla fase delle indagini si riflette, infatti, inevitabilmente su un approccio profondamente accusatorio dei contenuti degli articoli pubblicati: poco meno di un terzo degli articoli è stato classificato con un’impronta colpevolista, un altro 33 per cento di articoli si limita a riportare le tesi del pubblico ministero senza esprimere giudizi favorevoli a queste ultime, il 24 per cento ha un’impronta neutra e infine solo il 3 per cento degli articoli prende una posizione innocentista e di garanzia nei confronti degli indagati o imputati. E questo senza dimenticare, come sottolinea Glauco Giostra (professore di Diritto penale all’Università La Sapienza) nella parte di commento del libro ai dati, che anche la cronaca classificata come neutra “passa all’opinione pubblica – in modo per così dire in intenzionale, e forse per questo di maggior presa – un messaggio di implicita responsabilità dell’imputato”.
Il caso Capua ha, da un lato, confermato gli effetti distruttivi del “processo mediatico”, in cui “non è solo l’azione giudiziaria a incidere negativamente sulla reputazione di una persona, ma soprattutto l’effetto determinato dal risalto, spesso morboso e superficiale, fornito alle indagini dai mezzi di informazione”; e, dall’altro lato, ha dimostrato la profonda trasformazione dubita dal giornalismo giudiziario, in cui sembra essere nata una “perversa sinergia” tra investigatori e “informatori”: si diffondono notizie sui mezzi di comunicazione “per poi monitorare le reazioni dei soggetti indagati, attraverso ad esempio intercettazioni ambientali, telefoniche o telematiche, per ottenere, o almeno cercare di ottenere, un riscontro sulle ipotesi investigative”. Insomma, i giornalisti non più solo passacarte delle procure, ma direttamente funzionari di polizia giudiziaria alle dirette dipendenze degli investigatori.