“Vannacci è l’alternativa a Meloni”. Intervista a Gianni Alemanno in carcere

“Il vento in Europa tira per i sovranisti, mentre la premier fa la liberal-conservatrice. E’ fuori dal tempo”. La vita dietro le sbarre, le critiche al governo troppo moderato e atlantista, il tradimento dei postfascisti, gli amici rimasti e “ho riallacciato con Isabella”. Il colloquio


13 GIU 26
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Foto Ansa

Il 2 dicembre 2014 Gianni Alemanno chiama Giorgia Meloni al telefono. Deve dirle che si autosospende dal partito: i carabinieri sono arrivati a casa sua con l’accusa di associazione mafiosa. E’ un dirigente di Fratelli d’Italia, fa parte del comitato esecutivo, ha contribuito in maniera determinante a dare la Fiamma alla fondazione del partito. Il telefono squilla. Lui aspetta. Lei risponde. “Sa che cosa mi ha detto Giorgia mentre in pratica le dicevo che sarei potuto andare in carcere? Mi ha risposto: ‘Sì, va bene, grazie’. Click”, telefono muto: la racconta così Alemanno. Sono passati dieci anni. Ed eccolo, l’ex ministro, l’ex sindaco di Roma. Mi raggiunge in una stanzetta anonima del carcere di Rebibbia. Maglietta nera, pantaloncini corti neri, scarpe da ginnastica. Nere. E’ molto dimagrito ma ben conservato (“mi alleno con i pesi quasi tutti i giorni”), leggermente abbronzato (“faccio arti marziali in cortile, essenzialmente Bodo, ‘l’arte della guerra’”), un filo di barba bianca. Sulla maglietta c’è scritto “Freedom”, libertà. Un augurio. Un auspicio. “Me l’hanno regalata qua”. I compagni di cella. Ma chi sono? “Sono persone delle borgate romane, condannati per spaccio. A pene altissime. Persino spropositate. Stiamo in sei, pensate. Sei persone in pochi metri quadrati. Uno sopra l’altro. E’ la stessa cella che quarant’anni fa condividevo con Paolo Di Nella, che poi fu ucciso da quelli di Autonomia operaia. Non aveva nemmeno vent’anni”. Esce il 24 giugno, Alemanno. Roberto Vannacci ha detto che sarà fuori dai cancelli ad aspettarlo. “Mi è venuto a trovare mesi fa. C’erano i carcerati che facevano la fila per farsi autografare il suo libro. Non molti lo sanno, ma la popolazione carceraria è prevalentemente di destra”. E lei tornerà in Parlamento? “Non è un bel lavoro pigiare tasti in Aula, glielo assicuro. Non scalpito”. Si immagina di tornare al governo, di fare ancora una volta il ministro? “Non con la condanna che ho avuto. Ma potrei dare una mano”. Con Vannacci. “Vedrete che se non fa errori il generale diventerà presidente del Consiglio entro dieci anni. Dodici anni fa Giorgia Meloni era all’1,9 per cento. Meloni non ha opposizione a sinistra, ma ora c’è un’alternativa. A destra”.
Gli italiani un giro lo fanno fare a tutti a Palazzo Chigi? “Meloni sta facendo degli errori clamorosi”, dice Gianni Alemanno. “Sulla sicurezza, sull’immigrazione, sulla politica estera, sulle politiche familiari di cui non si occupa. Faceva l’opposizione a Mario Draghi e poi ha scelto come ministro dell’Economia lo stesso ministro di Draghi, cioè Giancarlo Giorgetti. E inoltre il vento, in Europa, tira per i sovranisti. In Francia a breve ci potrebbe essere un presidente lepenista. In Germania AfD è praticamente il primo partito. E Meloni fa la conservatrice moderata e liberale. Mi sembra fuori dal mondo e dalla storia”. Ma continua ad avere consensi. “Perché la sinistra è quello che è. E perché a destra fino a ieri non c’era che lei. Ora c’è Roberto Vannacci”.
Via Raffaele Majetti 70. E’ una mattina fresca di inizio giugno, e la luce di Roma rende meno brutto persino il cemento cadaverico della prigione. Lungo il vialone del carcere di Rebibbia corrono i filari di pini marittimi, hanno il dono di ingentilire ogni cosa, anche un luogo pensato per togliere la libertà. Oltre la portineria blindata, prima che cominci il carcere vero, c’è una zona di transito che assomiglia vagamente a una sala d’aspetto di provincia: pile di giornali appena arrivati – Avvenire, il Messaggero, quelli che le redazioni mandano in omaggio – e su un ripiano, tra i libri usati, una vecchissima cassetta Vhs con scritto sulla costola, a penna: “Peppe Grillo”. Così. Peppe. Ad Alemanno chiedo se ritiene che il carcere, paradossalmente, gli abbia restituito la centralità politica che aveva perduto. Gli cito la sua aria da redento. Lui sorride. “Oggettivamente sì. Sono il primo ministro della Repubblica che è finito in carcere e da dentro ha fatto una battaglia politica sulla condizione carceraria. Questa cosa, lo vedo dai commenti, dalla gente che mi scrive, ha fatto impressione. E continuerò”. Alcuni amici di Alemanno hanno proposto a Meloni di nominarlo garante per i detenuti. A un certo punto, Alemanno, che è ingegnere, s’era messo a misurare le dimensioni delle celle. Contestando il Dap. Pare sia diventato popolarissimo, non solo tra i carcerati. Ma anche tra le guardie. Che qui a Rebibbia sono gentili e spiritose – sicure di poter far entrare il giornalista del Foglio, cui fanno lasciare fuori il cellulare, assai meno certe che una volta entrato lo lascino uscire. Spiritosi, appunto. Nel cortile antistante gruppi di donne aspettano di incontrare qualcuno nelle celle. Giovani, assai tatuate, immobili come se il tempo qui avesse una consistenza diversa. Un via vai di avvocati con le cartelle. Una psicologa attraversa il cortile senza guardare nessuno. Per arrivare da Alemanno Gianni, detenuto del reparto G8, si passa attraverso cancelli e porte automatiche, e poi si aspetta ancora. “Questo è un posto dove i giorni strisciano e gli anni volano”, mi dice lui. La sala d’attesa al primo piano è dipinta di un azzurro slavato, con un bagno dalle piastrelle verdoline e un vecchio telefono pubblico di quelli che nelle strade non si trovano più – i relitti di un mondo che là fuori è già finito. Dalla finestra con le sbarre si apre, inatteso, un cortile quasi quieto: al centro un grande fico, e accanto uno spaventapasseri vestito di jeans. Più in fondo un campetto sportivo, un detenuto a torso nudo che cammina lento lungo il muro. Come nei film. A tratti una voce gracchiante squarcia la mattina: “Avvocato per Muhammad Abdil”. O qualcosa del genere. Poi silenzio. Poi di nuovo.
Con Alemanno parliamo in una stanzetta quasi senza mobilio – due sedie, un tavolo di legno che la noia e il tempo hanno trasformato in un documento: incisioni dappertutto, nomi, date, graffiti di chi aspettava probabilmente e non sapeva come consumare le ore, e aveva in mano una chiave, o qualsiasi altra cosa. Dalla porta chiusa filtrano refoli di fumo di sigaretta. In carcere fumano tutti. “Vuole fumare anche lei?”. E’ forse l’ultima libertà che nessuno ha ancora pensato di togliere. “Ci mancherebbe pure questo”, dice Alemmano. Allora gli chiedo se si può impazzire, in carcere. “Certo. Ci sono alcuni che stanno buttati contro la parete, a fissare il soffitto. Oppure gente che a un certo momento sbrocca, prende lo sgabello e fa a pezzi la cella”. Poi aggiunge, quasi tra sé: “Il carcere è un tempo sospeso. Può diventare una specie di monastero, un luogo in cui il tempo sottratto al mondo diventa tempo restituito a se stessi. Ma solo se hai qualcosa a cui aggrappare le ore. Se non ce l’hai, se non hai lavoro, formazione, attività culturali, che fai tutto il giorno? Ti ammazzi”. I suoi compagni che non lavorano gli dicono, la sera: “E’ passato un altro giorno”. E magari sono stati tutto il giorno chiusi in cella. Alemanno Vorrebbe che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, venisse a vedere di persona. “Penso che in questi anni non gli sia stata rappresentata bene, dall’interno del ministero, dal Dap, come stanno realmente le cose”. Del Dap, il dipartimento penitenziario si occupava Andrea Del Mastro. “Lo so bene”, dice. Poi lancia un’occhiata eloquente e allusiva. E riprende: “Il sovraffollamento a Rebibbia ormai ha raggiunto cifre incompatibili con la decenza, con la giustizia e con il rispetto dei diritti umani: 160 per cento. In sei in una cella che a stento conterrebbe quattro persone. Non tutti lavorano. Non tutti hanno sfoghi. Opportunità. Il carcere fatto così non è rieducativo, non riabilita nessuno. Anzi. E’ criminogeno”.
C’è una palestra, vecchia, con gli attrezzi arrugginiti. Da venti giorni non si riesce a far scaricare una serie di macchinari nuovi, donati da un’azienda privata, bloccati dalla burocrazia. “Fuori la burocrazia ti rallenta, ti fa perdere tempo, ti fa sbuffare. Qui ti colpisce al cuore”. Alemanno studia, nel tempo che avanza. Si è iscritto a scienze della comunicazione e sta preparando un esame di inglese. Ha letto Arendt, Weber, don Giussani, libri di zen. I volumi arrivano senza copertina rigida perché dentro la copertina rigida si potrebbe nascondere qualcosa. “Ho una serie di libri tutti sfondati: quello di Alessandro Sallusti, quello di Meloni. Tutti squartati”. Gli chiedo cosa gli manca di più. Ci pensa. “Sono un appassionato di montagna. Direi la montagna. Ma più che la montagna, quello che ti manca qui è l’orizzonte. Tu qui non vedi mai l’orizzonte”.
Perché non ha chiesto la grazia? “Perché un po’ significava ammettere di essere colpevole. E io sono innocente”. Anche se c’è un punto fermo: ed è la sua condanna definitiva. Gli chiedo allora se considera ingiusta la sua detenzione. “L’accusa di associazione mafiosa è caduta nel 2014. La condanna per corruzione è stata spazzata via dalla Cassazione. Quel che resta, alla fine, è il traffico di influenze. Una vicenda in cui il mio presunto complice, il famoso Panzironi, è stato condannato per tutta una serie di altri reati di cui io non sono stato nemmeno indagato”. Pausa. “Ritengo di essere qui ingiustamente, sì. Ingiustamente”. E allora ecco perché non ha chiesto la grazia. L’ha chiesta invece per altri insieme a Fabio Falbo, e tiene a che il nome compaia: “E’ stato essenziale, le chiedo di citarlo”. Falbo, che è un compagno di Alemanno in carcere, è dentro da sedici anni, condannato per concorso in omicidio, sempre dichiaratosi innocente. A Rebibbia si è laureato in giurisprudenza, e da quella laurea ha ricavato una forma di impegno civile: scrive istanze, difende chi non sa difendersi, calcola e ricalcola le pene sbagliate. Lo chiamano lo scrivano di Rebibbia. Insieme, i due hanno costruito una specie di desk legale per i detenuti: “Vengono a chiederci consigli, a portarci le loro storie. Cerchiamo di aiutare chi può essere aiutato”. La grazia l’hanno chiesta per tre detenuti anziani, un uomo di 88 anni ancora dentro per un vizio burocratico, uno di 78 distrutto dalle malattie e un ergastolano di 82 che comincia a perdere il filo. “Il Quirinale concede la grazia, ma poi il dipartimento penitenziario rallenta tutto. E’ terribile. Di fronte a uomini così, avere sei mesi in meno mi sembrava una cosa meschina da chiedere”. E Nicole Minetti? “Poteva tranquillamente ottenere un beneficio per via ordinaria, rivolgendosi al tribunale di sorveglianza, la stessa strada che ho percorso anch’io”. E Alemanno, con quel “tranquillamente”, forse dà per scontato ciò che scontato non è: perché la grazia è arrivata prima, e non sappiamo come sarebbe finita con il tribunale di sorveglianza.
Gli chiedo se, in tutti questi anni, si sia mai sentito tradito dal mondo da cui viene, dalle persone con cui ha condiviso una stagione intera della sua vita. “Sì”, risponde di getto. “Quando è cominciata la vicenda giudiziaria sono stato lasciato solo, per mesi, se non per anni”. Ed ecco il racconto che Alemanno fa della telefonata a Giorgia Meloni, nel 2014. Poi il silenzio lungo degli anni che seguono. Quando è stata l’ultima volta che ha parlato con Meloni? “Quando la criticai sull’Ucraina. Quando lei si è impantanata in una guerra che non è dell’Italia. Mi ha detto così”, sostiene Alemanno: “‘Gianni, sei libero, vai per la sua strada. Non posso darti spazio in questo partito, non posso accettare la tua posizione’”. Esiste l’amicizia in politica? “Certo. E’ molto difficile, perché ci sono gli interessi, le ambizioni, le strade che divergono. Ma esiste. E ci sono anche gli aiuti, nei momenti in cui non te li aspetti. In carcere sono venuti a trovarmi Ignazio La Russa, Francesco Storace, Fabio Rampelli e Alfredo Mantovano”. Su Storace si sofferma. La voce gli si incrina appena, un lampo nello sguardo, poi subito un tono improvvisamente allegro: “Una persona con cui ho fatto delle litigate mostruose”. Rampelli? “Nonostante tutto, l’amicizia è rimasta”. Una pausa. “Rampelli che stia ancora lì a fare il vicepresidente della Camera, rispetto alla qualità media di questo governo, è una follia. Meritava di più”. Mantovano? “E’ il migliore nella squadra di governo. Se la coalizione e l’esecutivo si tengono insieme è anche merito suo. Al prossimo giro è il candidato ideale per la presidenza della Repubblica. E’ un uomo integrale”. Giovanbattista Fazzolari? “Non ci ho mai parlato in vita mia”.
E a questo punto ad Alemanno si chiede di Isabella Rauti, sua ex moglie, sottosegretario alla Difesa. Parla di lei con una tenerezza inattesa, come di qualcosa che si è salvato dall’involuzione generale delle cose. “Avevamo rotto completamente, non ci parlavamo più. A un certo punto ha preso coraggio, è venuta a trovarmi. L’ho trovata straordinaria. E in quella stanzetta è riemerso qualcosa che credevamo sepolto. Non so come chiamarlo, forse la parte più vera di quello che siamo stati”. Eppure, nonostante questi legami che resistono, nonostante gli affetti che il carcere non ha spezzato, Alemanno si trova altrove. Da tre anni ha rotto con Fratelli d’Italia sulla guerra, ha fondato un movimento, e quel movimento è confluito nell’orbita di Roberto Vannacci. E così l’ex ministro, l’ex sindaco di Roma, parla di politica come chi ha smesso di avere qualcosa da perdere. “Gli errori più gravi di Meloni sono due”, e li enuncia con la precisione di chi ci ha riflettuto a lungo. Il primo è l’Ucraina, già detto. Il secondo è l’Europa. “Firmare il nuovo patto di stabilità è stata una follia, come fu una follia il fiscal compact ai tempi di Berlusconi. Sono accordi costruiti sulla misura della Germania. Per economie come la nostra, che hanno bisogno di flessibilità fiscale, sono un cappio. Non possiamo fare investimenti strategici sulla sanità, sul patrimonio industriale, sulla difesa del territorio. E Meloni, invece di affrontare questo nodo, fa protagonismo personale – con Trump, con questo, con quell’altro. E’ protagonismo personale, non protagonismo politico”.
Sulla Palestina, ma anche sull’Iran è netto: “Siamo un paese immerso nel Mediterraneo, e paghiamo ogni giorno il prezzo di questa guerra. Fare qualcosa di più per la pace non è solo un dovere morale, è un interesse nazionale”. Anche se si può obiettare: qual è davvero l’interesse nazionale? Quanto al rapporto di Meloni con gli Stati Uniti, Alemanno preferisce non usare la parola sudditanza. “Più che sudditanza c’è stata una volontà di fare i furbi. Trump, appena insediato, aveva come primo obiettivo concludere la guerra in Ucraina. L’Italia non solo non ha fatto niente, non si è nemmeno messa di traverso. Alla fine ci ritroviamo a non stare da nessuna parte. Ed è l’effetto naturale di questa contraddittorietà”.
E allora com’è possibile immaginare un’alleanza politica tra Meloni e Vannacci, se la pensate così? “Il problema non è fare un accordo. Il problema è su cosa farlo. Non si costruisce una maggioranza mettendo insieme i simboli e sperando che funzioni. Bisogna chiarire i nodi prima: l’Europa, la famiglia, la politica estera. Nel programma del centrodestra c’era scritto ‘quoziente familiare’. Non se n’è fatto niente”. Ci sono sgravi. “Ma insomma. Il grande fallimento di questo governo è che non ha spostato di un millimetro l’indice demografico. Ci vuole un compromesso virtuoso: non dividersi le poltrone, ma mettersi attorno a un tavolo e decidere cosa si vuole fare davvero”. Voi chiedete un’inversione totale su cose decisive come la collocazione estera e i rapporti con l’Europa. Verrebbe da dire che è impossibile, e poi c’è anche Forza Italia in coalizione. “Sì, con Forza Italia c’è una distanza probabilmente irriducibile. Ma Meloni deve capire che Vannacci non è uno a cui dare un contentino. E’ uno con cui bisogna discutere sul serio. Se la pretesa di Meloni è che lei può fare quello che vuole e a destra nessuno la può contestare, è una pretesa insostenibile”. Giovedì alla Camera ha criticano i vannacciani, che hanno tradito il centrodestra e fanno gli interessi della sinistra. “Quando si accorgerà che con questa faccia feroce non riesce a fermarlo, si troverà in un problema ancora più grande. Meloni deve capire che Vannacci è uno con cui bisogna discutere sul serio. Per questo se non ci sono le condizioni, si va da soli. Anche Meloni è partita da sola, dall’opposizione. Ed è arrivata al governo”.
Su Vannacci, Alemanno vuole che si capisca una cosa che quasi nessuno ha capito, dice lui. “Vannacci ha tre lauree, parla cinque lingue, ha fatto una ventina di comandi in giro per il mondo. Ha un background che gli esponenti di questo centrodestra se lo sognano. Magari in questa fase tende a semplificare il messaggio. Ma ha uno spessore che va molto al di là di quello che si vede. E’ l’ex comandante della Folgore, la quinta essenza della destra”. E il vento in Europa, aggiunge Alemanno, soffia dalla sua parte. “In Gran Bretagna Farage è di nuovo sulla breccia. L’Europa sarà rifatta, sì, ma dai sovranisti”.
Prima di congedarci mi dice che sta scrivendo un libro. “Si chiamerà ‘Dal profondo del cuore’. Non è una speranza di protagonismo istituzionale, è una speranza ideologica”, dice. “Non mi aspetto risarcimenti, quando sarò fuori di qua. Mi interessa soltanto che le idee giuste trovino la loro strada”. Il 24 giugno esce da Rebibbia. Sarà libero. “Rivedrò l’orizzonte”. E troverà il generale ad attenderlo.