Viaggio Roma-Milano nell’Italia divisa e lungo stazioni deserte. Il sogno di Bossi realizzato da Salvini

Sveglia alle 4 per percorrere la tratta Roma-Milano, in uno dei tre giorni di massimo disagio sulla linea ferroviaria. Sembra di essere tornati al Covid, all’Italia chiusa del 2020, silenzio e vuoto. E il ministro dei Trasporti sarà ricordato per la secessione fatta dal binario

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La stazione Termini di Roma durante l'emergenza Covid

Sfasciati, tossici, puttane, delinquenti, e a volte lasciano la mancia, ringraziano. Il taxi di notte è una carrozza per l’inferno. C’è un degrado… ma lei, alle quattro di mattina, qui, che ci fa?”, chiede l’autista che mi porta alla stazione Termini, sigla Imola 31, un giovane che ingrana la quinta con il finestrino aperto, perché “adesso sì che respira”. Viaggio sulla triste velocità Roma-Milano, nei tre giorni del disagio, così li ha chiamati Salvini, “tre giorni per avere l’alta velocità per trent’anni”, tre giorni che dividono l’Italia, per questo Ponte al Pino da sostituire, a Firenze, ferro marcio e malandato, l’ingegneria dai capelli bianchi. Il biglietto del treno è un Gratta e vinci, ritenta e non sarai più fortunato, mentre il jackpot è sette ore di viaggio per arrivare a Milano Rogoredo, la Lampedusa della mezza manica. Sembra di essere tornati al Covid, all’Italia chiusa del 2020, silenzio e vuoto: clandestini con il biglietto.
E’ vuota la banchina di Ladispoli, vuota a Campiglia Marittima, vuota a Empoli. Solo vuoto e sonno. Trovo la città che dorme alle 4.10 di mattina, e un ragazzo che di fronte al ministero della Giustizia, ad Arenula, si piega, si genuflette, prega Dio o forse Nordio: “Aiutami”. Il tassista che lo vede, urla: “Anvedi quello. Si è bevuto anche l’acqua del lavandino. Io li conosco. Si fanno di tutto. E’ da dieci anni che faccio il turno di notte. Ho riportato a casa cocainomani, pregiudicati con il braccialetto elettronico. Vai su Instagram sul profilo ‘Tassisti notturni di Roma’ e scopri un mondo. Fino alle due di notte trasporto scoppiati, alle quattro c’è invece la clientela che viaggia per lavoro. Tu dove vai?”. Gli dico che provo ad andare a Milano a bassa velocità, come se ci fosse il mare mosso, percorrendo la Tirrenica, lì dove la velocità scende da 320 chilometri orari a trenta, così come piace ai sindaci, slow: niente armi, niente difesa, niente, ma solo il sogno dell’Italia a mulo, pulita e lenta. Da settimane sia Italo sia Trenitalia non emettono biglietti, esauriti. Ne riemergono, a volte, come dal mare, come reperti di civiltà sepolte e riemergono a intervalli irregolari, perché l’algoritmo misura anche la speranza: per uno che rinuncia al viaggio, c’è un altro che lo sostituisce. Non ci sono aerei neppure per i parlamentari, tanto che la legge elettorale, racconta Federico Fornaro, deputato del Pd, che ha scritto “Giacomo Matteotti, l’Italia migliore” (Bollati Boringhieri), “in realtà è stata rimandata di una settimana perché a Roma non si può arrivare”. Giocando con il portale di Italo, come con le slot-machine, trovo il biglietto di chi ha rinunciato, alle 5 di mattina, Roma-Milano, sei ore e quindici previste, salvo rallentamenti, con fermate a Firenze, Bologna, Reggio Emilia. E’ il solo modo per raggiungere Milano, altrimenti resta il treno notturno che ha scelto Lia Quartapelle, parlamentare riformista, del Pd, che scrive, da Milano: “E’ una specie di Erasmus. C’è chi da Roma va a Catania, e poi da Catania prende il volo per Milano”.
Mi accorgo solo adesso che l’Italia chiusa per tre giorni è stata travolta dalle offese di Trump a Meloni, dal vertice di Ankara, dalla bomba di Lavitola a Ranucci, ma difeso da Ranucci perché suo vecchio amico. Sul binario tronco è finita anche la polemica sui treni perché il governo Meloni, come le stagioni, si avvicina al capolinea, e anche Salvini è da sollevare con la gru dalla segreteria della Lega. Da due giorni si trova in Serbia ma scrive su Avvenire di sicurezza, come se percorresse già il binario Viminale, e nei ritagli lancia ancora corridoi, la Trieste-Belgrado, perché per Salvini le opere sono tunnel, nient’altro che scappatoie per evadere l’ordinario. Questa volta non ci sono tabelloni che piangono ritardi: più 80 minuti, più 120… E’ la solita Termini, il sottosuolo dei perduti della terra, che viaggiano sul posto, e accanto a loro ci sono vigilantes, militari per una volta felici. Ho come l’impressione che vorrebbero benedire questo ponte marcio, Ponte al Pino, questa gru che Salvini si vanta di aver trasportato dall’altra parte del mondo, felici di non smistare corpi e dolori. Sono una manciata di treni, quasi tutti pieni di stranieri, viaggiatori che hanno prenotato quando a Londra c’era ancora Starmer premier. Vannacci li remigrerebbe a cominciare dall’armadio. Indossano bermuda, si accasciano sui sedili con i loro valigioni che sbatacchiano e spingono con la stessa furia di Trump che da Ankara rimprovera Italia e Germania “che ci hanno voltato le spalle”. Voltano le spalle e cercano poltrone letto. Dormono come queste stazioni: Civitavecchia, Grosseto, Livorno, con i treni locali aperti, vuoti anche loro. Neppure i controllori osano chiedere i biglietti, almeno fino a Bologna. Si sente una ninna nanna, il lungo russare della carrozza Roma-Milano, sei ore di improvvise soste e ripartenze, la bassa velocità come la dormita nazionale. Sono tre giorni che forse valgono davvero trent’anni, che non verranno ricordati per la gru ma per queste mani alzate in biglietteria a Milano, la resa, “nessun biglietto”, per la cacciata dell’ad di Ferrovie, per Salvini all’estero. Non c’è la febbre del costruire e del riparare ma solo il ponte come castigo italiano: immaginato a Messina, saltato con Trump. Non c’è la grandezza di Nietzsche, il ponte come scopo, ma solo la manutenzione rimandata e “l’arrangiatevi”, la strada. E’ questo Ponte al Pino che oggi separa l’Italia, come voleva Bossi, l’unica vera opera per cui Salvini sarà ricordato. Voleva unire Messina e Reggio Calabria e divide, per lavori, Milano e Roma. La secessione l’ha fatta il binario.