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Quel clan Murgia che non può fare a meno del clan Mari
Le relazioni di reciprocità con il gruppo radunato intorno al candidato al premio Strega sono necessarie ai fedelissimi dell'autrice per illudersi che ciò che fa abbia ancora un rapporto con la Literaten-Literatur, come la chiamano i tedeschi. Ma a conti fatti, Mari non è sacrificabile

Foto LaPresse
Se proprio dobbiamo occuparci del cosiddetto “clan Murgia”, che sia almeno con cognizione di causa. E i clan, si sa, sono pertinenza dell’antropologia. Il sacrilegio del pullman aiuta a decifrare le strutture elementari della tribù letteraria italiana, un caso di scuola di quelle che Claude Lévi-Strauss chiamava “organizzazioni dualistiche”. Esse si hanno quando i membri della comunità “sono divisi in due parti che intrattengono tra loro complesse relazioni che vanno dall’ostilità dichiarata a una intimità strettissima, e nelle quali si trovano abitualmente associate diverse forme di rivalità e di cooperazione” (Le strutture elementari della parentela). Il clan Murgia, in altre parole, non può fare a meno del clan Mari, anche se ne è così agli antipodi da mettere in dubbio che i suoi membri facciano lo stesso mestiere. L’antenata totemica garantisce senz’altro benefici preziosi, generosa come una Potnia arcaica: il contatto con un pubblico reale, una parvenza di star system letterario, la possibilità di un ruolo politico-civile.
La sua eredità simbolica ha tuttavia una grossa lacuna: è praticamente un’autrice senza opera, che si è contornata a sua volta di autori di opere men che trascurabili. Le relazioni di reciprocità con il clan radunato intorno a Michele Mari (che rappresenta, al contrario, un’opera senza autore: quanti hanno dovuto votarsi a Google per vedere che faccia avesse, e se avesse i titoli per ironizzare sull’altrui bruttezza?) sono necessarie al clan Murgia per illudersi che ciò che fa abbia ancora un rapporto con la Literaten-Literatur, come la chiamano i tedeschi. Senza la compresenza di Mari nello stesso scuolabus, l’illusione verrebbe meno rovinosamente. Dunque, a conti fatti, Mari non è sacrificabile, per quanto grave sia la sua infrazione rituale. E gli anziani del villaggio editorial-festivaliero, che lo sanno bene, si trincerano da giorni in un pilatesco silenzio o in una salomonica equanimità. A ripensarci, è proprio vero che fa pagare a tutti la sua bruttezza. Ma non Michela Murgia: la società letteraria italiana, racchia come uno Strega.