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I fantasmi di Michele Mari e una tristezza incredibilmente allegra
Leggere i racconti di "Le maestose rovine di Sferopoli" dà i brividi, di fuga dalla realtà ma anche di ritorno a una realtà che avevamo sepolto, a possibilità di realtà che non avevamo più considerato. Un catalogo di fantasmi, ossessioni, magnificenze letterarie di cui godere e in cui perdersi

Foto Cam via Unsplash<br /> <br />
La storia più paurosa l’ha scritta De Cillis, perché all’inizio dice che è una storia vera. Se non lo diceva non era molto paurosa, ma così è da far venire i brividi. Io poi ci credo che è una storia vera, basta guardare in faccia De Cillis per capire che è uno che quelle cose gli capitano davvero. (Pinzi Elena)
Michele Mari, “Le maestose rovine di Sferopoli” (Einaudi, 165 pp.)
Michele Mari, “Le maestose rovine di Sferopoli” (Einaudi, 165 pp.)
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Michele Mari riesce nell’esercizio magico di farci provare gioia mentre ci terrorizza, mentre riporta alla memoria il terrore dell’infanzia, mentre ci mostra la malattia mentale e l’ultraterreno. Leggere questi racconti dà i brividi, di fuga dalla realtà ma anche di ritorno a una realtà che avevamo sepolto, a possibilità di realtà che non avevamo più considerato. A ricordi di notti insonni piene di mostri e di possibilità. Gli alunni della III C scrivono sui quaderni la loro opinione sulle storie paurose create dai compagni nel tema, e il maestro elementare la sera, dopo aver scrollato la tovaglia, li legge di malavoglia e con disprezzo, mette voti a casaccio ma poi diventa pallido e resta incastrato in un maleficio.
È un catalogo di fantasmi, ossessioni, magnificenze letterarie di cui godere e in cui perdersi. Gira la testa, gira il mondo, e la Storia del bambino triste che filosofeggia sulla sua tristezza perché entra in competizione con il bambino tristissimo, è incredibilmente allegra. Ma ogni storia è diversa dalla precedente, cambia la lingua, cambia la forma, cambia l’impossibilità, cambia tutto tranne l’identità vertiginosa di Michele Mari, che costruisce un dialogo indimenticabile tra padre e figlio sulla paura del buio. Domande e risposte in cui possiamo trovare la nostalgia, il terrore, l’affetto, la filosofia, il pessimismo, il dubbio, l’esasperazione e la fiducia, la semplice e magnifica fiducia dell’infanzia.
“Sfido chiunque a dividermi, disse l’atomo tronfio”.
Michele Mari dà vita a tutto, offre tormento interiore a tutto. Ed elenca i vecchi cinema di Milano, quando lui era bambino ed entrava al Savona per vedere due film alternati al prezzo di un biglietto (uno in bianco e nero e uno a colori; il primo era in genere una commedia, il secondo un western o un mitologico o un cappa e spada). “Di norma, stante gli orari di mio nonno, li vedevo a chiasmo, secondo un ordine che produceva effetti surreali: secondo tempo del primo film, secondo film, primo tempo del secondo film. In effetti nessuno, all’epoca, faceva caso all’orario di inizio: si entrava quando si entrava, e il bisbiglio che annunciava ritualmente l’uscita era: ‘Ecco, siamo entrati qui’”. Ecco, siamo arrivati dentro le maestose rovine di Sferopoli.
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Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
