Vincenzo Bove: “La coca, nemico di massa subdolo e trasversale”

Lo psicopedagogista ha dedicato gran parte del suo lavoro alle dipendenze in una periferia meridionale: "L'alcol è persino più subdolo della droga"

Immagine di Vincenzo Bove: “La coca, nemico di massa subdolo e trasversale”
È un consumo “che non fa rumore e si mimetizza nella socialità”, con esiti talvolta tragici ma che il più delle volte non finiscono sui giornali né sono rilevati dalle statistiche. “Oggi la normalizzazione della cocaina è il pericolo più grande”, dice lo psicopedagogista Vincenzo Bove, classe 1956, gran parte della vita dedicata al lavoro sulle dipendenze in una periferia meridionale – Cava de’ Tirreni, provincia di Salerno – da dove l’osservazione spazia su un problema nazionale. Bove ha appena raccolto in un sottile volume che s’intitola “Restare” (Il quaderno edizioni), trasposto anche in un recital teatrale, nove storie esemplari tratte da una vasta esperienza avviata sin dagli anni Novanta al SerT di Eboli e poi travasata nell’attività privata. Conversando, ripensi a certe morti improvvise di conoscenti ancora giovani in qualche weekend a Ibiza o su una spiaggia greca, e riconnetti fatalità assegnate alla cattiva sorte a una causa che non avevi calcolato, camuffata nell’ordinarietà di vite da professionisti, da commercianti e padri di famiglia.
Il consumo di cocaina è superiore a quanto i numeri lascino immaginare?
Che sia massificato non è un mistero, a meno di non essere ipocriti. Chi ne fa uso se ne accorge persino dall’odore entrando nei bagni dei locali o delle discoteche. Il problema è che avviene sotto una superficie silenziosa, perché se a una festa per i cinquant’anni porti in regalo un po’ di coca o di ecstasy spesso viene vissuto come normalità. Il giorno dopo andranno tutti a lavorare. È un cambiamento radicale rispetto agli anni della mia giovinezza, quando l’eroina mieteva morti che non si potevano equivocare.
La percentuale di eroinomani a quanto è calata?
Per esperienza diretta stimo una proporzione di due ogni dieci tossicodipendenti. L’eroina è utilizzata anche nelle poliassunzioni per attenuare gli effetti stimolanti dell’ecstasy o della coca e risultare presentabili in ufficio. Sbaglia chi pensa che le dipendenze siano un problema soprattutto giovanile: si rivolgono al mio centro, arrivando anche da altre città, persone dall’età media attorno ai quarant’anni e di ogni ceto sociale.
Quanto costa una dipendenza?
È un dato molto soggettivo. Un grammo di coca va dai 50 agli 80 euro ma c’è chi ne assume anche tre, quattro o cinque. C’è chi ne fa uso quotidiano e chi no, magari con un consumo collaterale di alcol e la propensione a un certo stile di vita che può indurre a spese ulteriori per l’alterazione prodotta dalla coca: per esempio, la ludopatia. Fa riflettere che, malgrado il prezzo della coca sia calato, la purezza delle dosi sia aumentata: vuol dire che davvero ce n’è tanta. E l’ecstasy, che costa ancora meno, è il secondo stimolante illecito più consumato in Europa.
Qual è il suo approccio? Quali i risultati?
È sempre stato alternativo a quello delle comunità di recupero, perché chi è vittima di una dipendenza deve spesso continuare a lavorare, ha figli, non può sottrarsi agli obblighi sociali. Il percorso che propongo è pedagogico educativo, integrato se occorre dall’intervento di specialisti del Servizio sanitario nazionale. Opero sull’ascolto e l’accompagnamento che coinvolge la famiglia intera, perché una dipendenza non riguarda solo un figlio, il marito o la moglie, ma si riversa sull’intero ambiente domestico. Il percorso è lungo ma l’importante, come spiego nel libro, è “restare”: in una società liquida diventa un atto controcorrente sia per chi lotta contro la propria fragilità sia per chi gli è accanto senza mandare tutto all’aria.
Quanto influiscono su una dipendenza le condizioni sociali?
Fra le storie che racconto c’è quella di Luca, un ragazzo che mi disse: “Non ho mai avuto fame”. In famiglia non ricordava un desiderio rimandato, una frustrazione sostenuta fino in fondo, un limite che avesse fatto attrito. Tutto arrivava prima di essere chiesto, ma il benessere aveva sostituito la presenza e la libertà senza argini si trasformava in smarrimento. La coca non è stata una fuga, ma un’anestesia. Un modo per non sentire la mancanza di una direzione. Il recupero è lento, specialmente se la sensazione è che la dipendenza sia un collante sociale. Perciò, per certi versi, l’alcol è persino più subdolo della droga: costa poco e cementa la movida del fine settimana. Intervenire con le chiusure non basta. I programmi scolastici dovrebbero incrementare l’educazione delle emozioni, ma è necessaria la presenza attiva delle famiglie. Se un ragazzo rimane chiuso in camera o è sempre distratto in classe, se è aggressivo o svogliato deve scattare un allarme. Magari sta abusando di cannabinoidi e magari alcuni genitori sottovalutano i danni dello spinello perché si facevano le canne da ragazzi e chiudono un occhio con i figli. Questo è un guaio: i danni sono accertati.
C’è un caso cui è particolarmente legato?
Quello di Gaetano, che adesso è detenuto a Bali dove andava a praticare il kitesurfing ed è stato arrestato per possesso di hashish. È l’unico recluso straniero e cristiano della prigione. Gli ho spedito il pdf del libro, lo ha tradotto in indonesiano e fatto leggere al direttore del carcere, che mi ha mandato un videomessaggio in cui dice che ho ampliato le sue prospettive di comprensione della tossicodipendenza. Gaetano sarà scarcerato a ottobre. E tornerà per proseguire il cammino.