Dalla festa dell'Unità allo slow food
Carlin Petrini, il Gramsci del km zero
Da Slow Food alle hamburgerie gourmet, dalle salamelle delle feste dell’Unità ai grani antichi e alle intolleranze di massa: la rivoluzione culturale di Carlin Petrini ha migliorato il nostro modo di mangiare, ma forse ha anche trasformato la sinistra in una tribù di bolle inconciliabili

Confesso. Anch’io non ho resistito, sono andato a rovistare nelle riserve del telefono e ho trovato il mio bel selfie, anzi meglio video, col morto. Nello specifico, Carlin Petrini. Nello specifico, eravamo a San Francisco, lui era lì per onorare l’attivista ristoratrice Alice Waters, e in America ancor più che in Italia Petrini, notai, era una star. Non sapeva l’inglese, ma era molto carismatico. Era un vero visionario, Petrini, prima che questa parola fosse automaticamente attribuita a ogni diplomato della scuola di moda Marangoni. Molto a suo agio coi Re (Carlo in primis) e coi contadini, e pure se si vuole col vasto mondo in mezzo, è stata forse la personalità di sinistra che ha più modificato il mondo in cui viviamo dagli anni 80 a oggi.
Se oggi mangiamo tutti più sano, lo dobbiamo a lui. Se le Langhe da posto mefitico sono diventate sinonimo di sciccheria lo dobbiamo a lui. Se siamo tutti allergici a qualche cibo, se sappiamo che il lardo è sempre “di Colonnata” e il bollito è sempre “non bollito” si deve anche e soprattutto a lui e ai suoi epigoni. Tutto, lo sappiamo a memoria dai millemila articoli usciti nel weekend, nasce nel 1986, quando in pochi muoiono e molti finiscono all’ospedale per il vino taroccato col metanolo. Nello stesso anno apre il primo McDonald’s in Italia, a Roma, e scoppia una specie di rivolta (oggi sembra assurdo, oggi che il petrinismo ha inglobato anche il fast food, per cui andiamo tutti nelle hamburgerie stellate, dove la polpetta costa venti euro invece che due).
E qui si pone il fondamentale tema: ma il petrinismo, cioè la scoperta “del territorio”, del “km zero” e di tutto quel che ne consegue, ha fatto bene o male alla sinistra? E al mondo? Perché il mondo non è stato più lo stesso. Certo, narra la leggenda che Slow Food nacque perché Carlin trovava che alle feste dell’Unità si mangiasse malissimo. Vero? Falso? Secondo me vero, ma solo col senno di poi. Quindi falso. Chiaro che dopo 40 anni di cuochi televisivi, di 4 Ristoranti, di serie sui cuochi, le salamelle degli anni 80 non reggono gli standard retroattivi. Ma ai tempi, le ricordo buonissime. Nella mia famiglia di centro (col trattino) sinistra si passava prima dalla festa dell’Unità per la salamella, poi alla festa dell’Amicizia (DC) per i tortelli, o viceversa, e ci sembravano entrambi notevoli. Ma era appunto un altro mondo, non sapevamo il significato del termine impiattare, si mangiava quasi tutto; il cibo non era argomento di conversazione, come malattie della tavola c’era il diabete e basta, e certo c’era quella zia afflitta da un perenne mal di testa, oggi chissà che diagnosi.
Oggi che avere intolleranze alimentari è uno status symbol, mettere quattro persone attorno a un tavolo significa contemplare almeno quattro diverse allergie. Oggi non si può mangiare il salmone per i pidocchi, il polpo no perché è più intelligente di un dottorando della Normale di Pisa, glutine e latticini lasciamo perdere. Forse il petrinismo ha a che fare anche con la divisione in bolle della società. Che ha distrutto soprattutto la sinistra. Oggi, mettere sedute quattro persone di sinistra a chiacchierare non dico davanti a un piatto di pane e salame (uno chiamerebbe la polizia - poveri animali! - un altro chiederebbe delle gallette di avena, gli altri due piluccherebbero e basta causa Ozempic) ma davanti a un cibo anche sano e tollerabile a tutti, porterebbe comunque con sé liti furibonde e l’impossibilità di qualunque piattaforma condivisa. Ci sarebbero almeno quattro posizioni diverse su Gaza, sulla Schlein, su Putin, sulla maternità surrogata.
Ma prima, però, nel mondo pre-Carlìn, nel mondo che ha contribuito a distruggere, inconsapevolmente, la sinistra era più semplice, era un calderone indifferenziato in cui ci andava bene tutto (insomma, quando la sinistra era la destra). In quell’epoca mitica bastava avere un leader, quasi sempre perdente, ma che importa; le feste dell’Unità, l’Unità, le salamelle, anche cattive. Petrini, invece, come molti a sinistra, ha portato innovazioni che hanno migliorato la vita anche di quelli di destra, ma che poi ci si sono ritorte contro (le ciclabili, la raccolta differenziata, i diritti civili) perché a sinistra si son dimenticati di averle introdotte, e a destra ne usufruiscono ma sono complessati, anche se poi sono di Slow Food pure loro, inconsapevolmente. Perché a destra oggi l’unico che mangia da McDonald’s è Trump (è anche l’unica speranza che abbiamo tutti in una sua veloce dipartita). Tutti sono diventati petrinisti a propria insaputa, ma la sinistra come al solito si è fatta fregare il copyright. Oggi non c’è più fast o slow food, c’è Whole Foods, la catena di cibo costosissimo e sano, ed è di Jeff Bezos.
Ma - magra consolazione - Petrini, il Gramsci del km zero, avrebbe potuto esistere solo a sinistra, con quella sospensione della credulità che solo a quella parte è concessa (ci vorrebbe un capitolo sull’egemonia a tavola del nostro Minuz). Gambero Rosso era una costola del Manifesto, pensiamo se fosse stato un Gambero Nero, supplemento della Difesa della Razza, voluto da Almirante: un Tolkien del lampredotto non se lo sarebbe filato nessuno, anche se oggi i più strenui paladini del km zero sono Lollobrigida ministro della "Sovranità alimentare" e i suoi (ma il km zero a destra assume subito un tono creepy: se l’orto biologico alla Casa Bianca, chiesto da Michelle Obama ai tempi alla suddetta Alice Waters, provocava meraviglia globale, le api sul tetto del ministero dell’Agricoltura sovranista volute oggi dal suddetto Lollobrigida diventano subito commedia all’italiana).
Non so se ci sia una correlazione tra moltiplicazione delle opzioni alimentari e crescente irrilevanza politica, so che il cibo è diventato fantasma del cibo come tutto è diventato fantasma di qualcos’altro (Bologna “la rossa” oggi è un parco a tema delle “sfogline”, chissà che canzoni scriverebbe sulla città emiliana il nostro amato Guccini, sodale di Carlin). Certo in questo caso l’estetica pedagogica che si porta dietro il, diciamo, petrinismo, ha reazioni opposte, per cui la raccolta differenziata è meglio della discarica, le ciclabili meglio dello smog, il pane col lievito madre meglio del pane industriale, ma chi sta fuori da questo universo a un certo punto sviluppa anticorpi culturali e sbrocca. Perché percepisce — magari anche a torto, ma la politica vive di percezioni — che dietro il culto del km zero ci sia anche un implicito giudizio morale.
Se mi parli un’ora del vino naturale e dei grani antichi facendo ondeggiare la tua borraccia di alluminio, a me viene una gran voglia di abolire la Ue e i suoi tappi di plastica che non si staccano, di mettere il condizionatore a 18 gradi e già che ci sono fare un salto a Predappio: anche se poi sui grani antichi rischi di essere scavalcato a destra da gourmet in quota Atreju (dove forse si mangia meglio che alle vecchie feste dell’Unità): ormai è un mondo così. Che poi proprio sui grani antichi ricordo qualche tempo fa una accesa discussione con un intellettuale di destra che vituperava molto il disastro compiuto dal Senatore Cappelli, un "olocausto dei grani antichi del sud”, dunque c’è pure la questione meridionale sulla pastasciutta. E’, insomma il nostro, un mondo dove si mangia sicuramente meglio, ma dove si vive di certo peggio di prima. Eravamo felici e non lo sapevamo, come dicono i social. Eravamo celiaci e non lo sapevamo, vabbè.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
