Giovedì i clacson strombazzavano in festa per le vie del Cairo, suonavano, cioè, più di quanto già non facciano giorno e notte seguendo accenti e sincopi demenziali. La festa per la fine di Gheddafi è un avvertimento truce ai dittatori che resistono, Bashar el Assad in Siria e Ali Abdullah Saleh in Yemen: quanto più la reazione contro le proteste è violenta tanto più la fine diventa terribile. “Vorrei essere a casa Assad oggi per sentire di cosa parlano a colazione”, è la malevolenza più facile da raccogliere in giro. Le elezioni di Tunisi, domani, diventano il traguardo concreto a cui aspirare. Leggi Le pretese dinastiche di un liberatore che non conosceva la libertà di Alessandro Giuli - Leggi Onore e armi in pugno. Come sanno morire i nostri nemici, nessuno di Pietrangelo Buttafuoco