Ancora lui. Rimbaud, Jean-Nicolas-Arthur, da Charleville, lugubre cittadina delle Ardenne sulle rive della Mosa. Sempre lui, superba fonte di potins e vapeurs. Solo perché, sembra, scelse per sé una vita eccentrica. Perché scrisse dei versi e condivise le lenzuola con un uomo. E, alla resa dei conti, tragico e attraente, il più sublime poeta e a un tempo il più screanzato ballista d’ogni costellazione letteraria. Depistatore sommo, soprattutto per un bel giro di creduloni. Prima suoi contemporanei e poi giù giù fino al tempo nostro. Sono insomma quasi duecento anni di diffuse supposizioni e ciarle, rievocazioni “scientifiche” e fantasiose, biografie romanzate, saggi accademici, introspezioni psicologiche, sceneggiate e film più o meno riusciti. Emblema del peccato angelicante, Rimbaud ha anche prodotto squadroni di spudorate, introflesse e pretese autoidentificazioni. di Giuseppe Mercenaro