L'israeliano vietato. Il regista del dissenso Lapid cacciato dal festival del cinema di Marsiglia

Il regista israeliano più critico verso Israele viene cacciato da un festival francese proprio perché israeliano. Una parabola amara: l’esilio, il dissenso e la denuncia del governo Netanyahu non bastano a renderlo accettabile 

10 GIU 26
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Nadav Lapid (foto Ansa)

“Preferisco non dire che si tratta di antisemitismo, ma è certamente un fanatismo folle e superficiale, spesso caratteristico di questi gruppi, accompagnato da violenza e presunzione. Non fa distinzioni tra le persone, ai loro occhi sono colpevole in virtù della mia identità. Il loro potere deriva dalla codardia delle istituzioni che in un momento come questo preferiscono scendere a compromessi”.
Così il famoso regista e dissidente israeliano Nadav Lapid, vincitore della Berlinale (nonché del premio della giuria a Locarno e a Cannes), ha commentato la sua esclusione dal festival cinematografico di Marsiglia, che gli ha revocato l’invito a far parte della giuria a causa delle pressioni di attori e registi pro palestinesi che avevano minacciato di ritirare le loro pellicole se Nadav Lapid avesse partecipato. 
Nadav Lapid non è Erri De Luca: non difende il sionismo e la guerra contro Hamas, non processa la parola “genocidio”, non paragona la cacciata dei terroristi da Gaza alla denazificazione dell’Europa. Lapid è uno dei registi israeliani più antisraeliani che ci siano. Vive in Francia dal 2021 e nei suoi film, così come nelle interviste, ha criticato costantemente la politica d’Israele e del governo di Benjamin Netanyahu.
Il suo ultimo film, “Yes”, acclamato a livello internazionale, è una satira feroce del nazionalismo israeliano. Ma all’origine di questa levata di scudi, almeno per quanto dichiarato pubblicamente, ci sono i fondi pubblici israeliani utilizzati per finanziare il film presentato a Cannes nel 2025 alla Quinzaine des cinéastes. In “Synonyme”, che ha vinto l’Orso d’oro a Berlino, il personaggio di Lapid rifiuta perfino la lingua materna, l’ebraico, perché è la “lingua della guerra”. Ma per i cineasti che hanno deciso di ritirare i loro film, questa distinzione ha poco peso. Lapid è pur sempre un ebreo israeliano.
L’identità precede l’opera, il sangue la coscienza. Il ministro della Cultura israeliano Miki Zohar, che in passato ha spesso criticato Lapid, è intervenuto rapidamente sulla controversia: “Lapid non capisce che i nemici di Israele non fanno distinzioni tra noi. Per quanto si sforzi di ottenere la loro approvazione, non lo hanno mai considerato uno di loro. Per loro sarà sempre un ebreo israeliano”.
Lapid ha ammesso che la vicenda lo ha colpito emotivamente. “Vivo in Francia da cinque anni e quando all’improvviso la tua presenza diventa illegittima, inizi a chiederti se hai davvero un posto in una società del genere”, ha detto a Haaretz. Sul Monde, il regista riceve il sostegno di personalità di spicco come il premio Oscar Michel Hazanavicius e le Palme d’oro Justine Triet e Jacques Audiard: “Stiamo assistendo all’ascesa di un linguaggio basato sulle minacce, a cui le istituzioni spesso rispondono con paura, cercando soprattutto di evitare il conflitto. Dobbiamo essere in grado di discutere di Palestina e Israele e del ruolo degli artisti senza che queste discussioni portino sistematicamente a meccanismi di squalifica che rasentano la più scoraggiante semplificazione eccessiva”.
“Il fatto che il più grande artista dissidente israeliano, che lavora instancabilmente per denunciare le derive fasciste e colonialiste del suo governo, le sue colpe morali criminali, in film premiati in tutto il mondo, sia stato costretto a ritirarsi da un festival francese deve metterci in allarme e mobilitarci ben oltre questa aberrazione”, scrive, sempre sul Monde, questo collettivo, che conta tra i suoi membri anche l’attrice statunitense Natalie Portman. Sullo stesso giornale, la direttrice del festival, Tsveta Dobreva, ha parlato di “pressioni” e “richieste di ritiro”. In altre parole, il boicottaggio. “Alcuni dei registi selezionati hanno iniziato a ritirare i loro film, in totale una decina”, ha precisato. Narimane Mari, regista franco-algerina, ha promesso di non “condannare una persona”, ma di rifiutare “un modello culturale”. Intanto, a Strasburgo, il filosofo ebreo Gérard Bensussan è stato “deprogrammato” da una conferenza universitaria dedicata alla vecchiaia. Sì, alla vecchiaia. Non a Gaza, non a Israele, non alla guerra. Ma alla vecchiaia. “Ragioni di sicurezza”. La formula diventata il passe-partout della viltà e della stupidità contemporanee. La vera ragione di questa cancellazione risiede nel fatto che Bensussan è impegnato nella lotta contro l’antisemitismo.
Non esiste dissidente israeliano abbastanza puro da essere assolto. Non si tratta più di criticare una politica, un governo o un esercito: si tratta di dichiarare impuro un intero popolo, o almeno quella sua parte che non ha avuto la decenza di rinnegare se stesso fino in fondo (e Lapid si è impegnato molto in questo).
In questo senso, Lapid è una figura tragica e quasi esemplare di un’epoca malata. Credeva che l’arte e l’esilio bastassero a redimerlo dall’originale peccato di essere nato israeliano. Ha scoperto che per certi ambienti quel peccato è indelebile. Come per i pacifisti che portavano i malati palestinesi da Gaza in Israele: tra i primi a essere uccisi il 7 ottobre.