Si arriva a Karachi con troppe ore di ritardo e lo stomaco in rivolta per i pasti in alta quota, si arriva con la testa nei libri di Peter Hopkirk, nei racconti dei predoni afghani e nei diari degli agenti britannici che attraversavano l’oriente col passo lirico e marziale del grande Ottocento, ma la soldatessa al controllo passaporti ha l’aria di annoiarsi molto e da molto tempo, e le cose fuori non vanno meglio. Perché Karachi è una sciagura, è un ingorgo permanente di auto vecchie e motociclette, di venditori sudati in cerca di clienti, di uomini armati fermi di fronte alle vetrine dei negozi.