Amarga Navidad

La recensione del film di Pedro Almodóvar, con Leonardo Sbaraglia, Barbara Lennie e Milena Smit

22 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 14:51
Saccheggiare le propria vita è autofiction. E rubare le vite di chi ti sta vicino e ti fa confidenze? E Marcel Proust che trasformò l’autista Alfred Agostinelli nel personaggio di Albertine, nella “Recherche”? Questa è letteratura al massimo grado, sicuro. Nella zona grigia, Pedro Almodóvar si diverte a trafficare, a interrogarsi, a scambiare i ruoli, a mettere in difficoltà la sua controfigura sullo schermo, l’attore argentino Leonardo Sbaraglia, scrittore in crisi d’ispirazione. E il cinema? non soffrirà magari della stessa malattia? (il titolo internazionale del film è “Autofiction”, per non lasciare dubbi). “Amarga Navidad” – crudele Natale – inizia con Elsa, regista di spot pubblicitari che ha da poco perso la madre, e si tuffa nel lavoro per superare il lutto. L’accompagna un premuroso fidanzato, pompiere e a tempo perso spogliarellista – galeotto fu uno spot di mutande. Parte con un’amica, lasciando il fidanzato a Madrid. Intanto lo scrittore scrive e scrive, la crisi sembra passata, le sofferenze ora stanno nel manoscritto. E scrive anche la regista Elsa, che aveva deciso di tornare al cinema dopo due “film di culto” – pochi spettatori fissati, succede – che non hanno incassato quasi nulla. Da qui la svolta verso la pubblicità delle mutande. Seguono complicazioni, e un finale meraviglioso, quando le persone diventate personaggi si ribellano. Potrebbe arrivare la Palma d’oro a Cannes, stasera.